domenica 23 gennaio 2011

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: #rogodilibri - Libri per essere LIBERI




L'eco del silenzio 
su Radio Libriamoci Web

da Domenica 23 Gennaio 2011
h. 23,00
in replica tutti i giorni
h. 10,30 - 17,30 - 23,00

www.rlwebradio.com



Libri per essere LIBERI


di Lucia Capparrucci

Questa settimana sono costretta a darvi una notizia che la televisione (vale a dire il mezzo d'informazione per eccellenza della maggior parte delle persone) ha ignorato quasi completamente.
Credo sappiate, se avete già ascoltato questo spazio, quanta e quale importanza rivesta per me la lettura, non a caso concludo sempre augurandovi "frenetiche letture" senza ulteriori precisazioni, perché è l'attività in sé ad elevarci nel momento in cui decidiamo di voler sapere di più o sollecitare il nostro immaginario.
Questa settimana però nel rivolgervi quel medesimo invito, per la prima volta do all'aggettivo frenetiche il senso del tempo che incalza e scalpita, perché potrebbe non essere sufficiente.
Per la prima volta, da che ho memoria, mi trovo ad avere paura possa arrivare un giorno in cui non sarò più libera di scegliere cosa leggere, ho scoperto che la mia libertà di andare in una biblioteca e scegliere uno dei libri presenti a catalogo o di studiare un autore contemporaneo proposto da un professore è una libertà fragile, perché in pochi la proteggono e sono disposti a lottare per mantenerla, sebbene sia ormai un diritto consolidato, almeno da un punto di vista giuridico, anzi costituzionale.
Questa settimana degli uomini eletti per essere al servizio, tanto dei loro elettori quanto della popolazione tutta, hanno scambiato le loro responsabilità con il diritto divino, decidendo di potersi permettere di dire cosa sia da leggere e cosa non lo sia, cosa si possa proporre agli studenti e cosa no, chi siano i "cattivi maestri" e forse per eliminazione quali i buoni, cosa debba trovare spazio negli scaffali di una biblioteca e cosa non possa.
Degli uomini con molta presunzione e poco rispetto, oltre che lungimiranza o memoria, hanno provato e pensato di poter mettere al bando dei libri per colpire degli uomini e le loro idee, vale a dire gli autori di quelle opere, con il cui pensiero dissentono.
E' accaduto in Veneto, ma la deriva e il liberticidio che questa proposta porta con sè vanno molto al di là dei confini territoriali, sono il sintomo di uno Stato nel quale alcuni suoi rappresentanti hanno perso non solo la bussola, ma anche l'idea stessa di democrazia.
Fa male leggere la dichiarazione rilasciata da Sepulveda due giorni dopo l'inizio di questo strazio, si è sentito in dovere di dire qualcosa su una vicenda così grave, dovere condiviso da tanti dei nostri intellettuali, scrittori e traduttori, non necessariamente presenti nella lista degli epurati, ma è ovvia l'urgenza di quelle dichiarazioni, perché quando si tenta di togliere il diritto di scelta al lettore,  si commette un atto che porta in sé l'imperativo a reagire e ad opporsi.

Vi do una breve cronologia dei fatti:
- 15 gennaio 2011 un consigliere comunale di Martellago (provincia di Venezia), Paride Costa eletto con il Pdl, e un cittadino, Roberto Bovo chiedono di eliminare dalle biblioteche pubbliche della provincia di Venezia tutte le opere e i romanzi dei firmatari di appelli per Cesare Battisti (qui);
- Il giorno stesso la proposta viene accolta e amplificata dall'assessore alla Cultura della Provincia di Venezia con delega alle Biblioteche, Raffaele Speranzon che afferma:
«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali: è necessario un segnale forte dalla politica per condannare il comportamento di questi intellettuali che spalleggiando un terrorista». Aggiungendo poi: «Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità. Inoltre come consigliere comunale a Venezia, presenterò una mozione perché Venezia dia l'esempio per prima». 
Pieno appoggio alle posizioni di Costa, Bovo e Speranzon viene poi da Franco Maccari, segretario generale del sindacato di polizia Coisp, che per primo aveva pubblicato la "lista nera" invitando a non comprare le opere dei firmatari dell'appello (qui).
- 17 gennaio 2011 la presidente della provincia di Venezia Francesca Zaccariotto prende le distanze dall’assessore alla cultura Speranzon intervendo a Fahrenheit, programma di Radio3: “Ritengo che quella di Speranzon sia un’iniziativa a titolo personale e non espressa nel suo ruolo istituzionale. Qualora presentasse la proposta in giunta, sappia che la provincia di Venezia non la sosterrà. Le biblioteche sono un luogo libero”. 
- 19 gennaio 2011 l’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan (e qui), dichiara: «Nei prossimi giorni invierò a tutti gli istituti superiori del Veneto una lettera in cui esorterò insegnanti e bibliotecari a non diffondere tra i ragazzi i libri di questi autori. Sono diseducativi». Per replicare poi a chi parla di censura con: «La chiamassero come vogliono. Di sicuro è una censura morale. Nessun obbligo, beninteso, ma un indirizzo politico: voglio evitare che i ragazzi vengano a contatto con le idee di chi difende a spada tratta un furfante, un delinquente, un assassino conclamato», forte anche delle dichiarazioni del governatore Zaia, che riferendosi implicitamente agli autori incriminati ha detto: «Non ho alcuna difficoltà a confermare che ci sono delle persone che oggi non ci rappresentano degnamente» (qui).

L'assessore Donazzan in un intervista rilasciata al quotidiano gratuito Metro afferma: «Magari fossi nella condizione di fare una lista di libri proibiti!» e nella lettera firmata da Bovo e dall'assessore comunale Costa si legge: "Noi vogliamo stare dalla parte dei buoni perché sono loro i nostri eroi".
Credo siano esempi di ciò che si rischia ad avere una cultura monotematica e soprattutto monocromatica. Vorrei inoltre che fosse ben chiaro che il caso Battisti e la lista sono pretesti, non esiste una ragione che sia una, che possa giustificare l'eliminazione di un testo da una biblioteca. Le idee che non ci vedono concordi si confutano con altre idee e momenti di confronto, non certo con l'abolizione dei testi della persona con cui si è in dissenso, questo è ovvio fra persone civili, o almeno credevo.
Un’ultima notizia sempre dal Veneto, in una biblioteca della provincia di Treviso a seguito della messa in onda del programma di rai3 Vieni via con me, i libri di Roberto Saviano sono stati tolti dagli scaffali sebbene risultino a catalogo, questo a causa dei malumori del sindaco leghista. Sempre in quella stessa biblioteca stavano catalogando le opere di Marco Paolini, fatto che una volta noto all’assessore alla Cultura lo ha portato ad esprimere malumori simili a quelli del sindaco, tanto da chiedere di essere informato in anticipo sugli acquisti librari, per dare il proprio parere vincolante e insindacabile.


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Dal sito di Michela Murgia, www.michelamurgia.com
giovedì 20 gennaio 2011



Si sta come d'inverno i libri in biblioteca

È difficile farsi spazio tra le gambe nude di tutte le ragazze che affollano le cronache di questi giorni. Qualunque voce fatica a trovare ascolto in mezzo agli schiamazzi dei pupazzi ipnotizzati dalla fine senza dignità del loro anziano burattinaio. 
Non c’è che una notizia da dare, ed è lui. 
Non c’è che una storia da trasmettere, ed è la sua, dettaglio per dettaglio. 
Il resto a pagina 32, se avanza posto. 
È così che questo paese ha lasciato che Berlusconi diventasse il solo parametro del suo bene e del suo male, l’unica misura della sua indignazione o della sua assuefazione. Come stupirsi se i suoi problemi sono diventati nostri, o se le parole più familiari ce le siamo ritrovate davanti svuotate di senso e privatizzate sotto nuovo copyright?

Così, se un assessore si sveglia la mattina e dice che i libri di certi autori vanno tolti dalle biblioteche e dalle scuole della sua provincia, succede che in un paese che ha perso la bussola i giornali pensino che questa sia una notizia da pagina “culturale”. In qualunque altro posto sarebbe cronaca, la cronaca nera di un paese sbandato, capace di scambiare la censura per recensione, la proscrizione per dibattito, la ritorsione per lezione di moralità.

Nel migliore dei casi la notizia finisce dentro un’altra narrazione, quella del caso Battisti, ottenendo di far diventare centrale un’occorrenza che è solo un pretesto. Che sia un pretesto lo evidenzia il fatto che i bibliotecari stanno già subendo - e in qualche caso denunciando – pressioni politiche per togliere dagli scaffali anche autori che con l’appello per Battisti non hanno nulla a che fare. Funziona così. Oggi l’assessore pensa che cinquanta autori siano “cattivi maestri” e "difensori dei terroristi", e vadano zittiti. Domani un altro in Piemonte penserà magari che Beppino Englaro è diseducativo per i giovani, e va zittito. Poi un altro in Friuli si sveglierà pensando che il tale autore musulmano va levato dalle biblioteche perché la cultura islamica è fondamentalista e contamina l’inclusiva e aperta cultura italiana. E' così che funziona. Per questo il nome di Battisti è una scusa. Domani sarà il nome di altro. Il mio, il tuo, il vostro, uno per ogni testa di assessore di questo mondo.

Per questo rifiuto i tentativi di spostare la questione su chi ha firmato a suo favore, e non accetterò nessun invito – Speranzon ha detto ai giornalisti che me lo avrebbe fatto pervenire - a partecipare a dibattiti che parlano di lui. Non ho firmato appelli per Battisti e penso che chi ha commesso un reato debba scontare la sua pena. Ma questo non c'entra niente col fatto che chi crede che nel 2004 a Battisti sarebbe spettato l’asilo politico in Francia abbia il sacrosanto diritto di dirlo senza rischiare di essere epurato dalle biblioteche pubbliche, né subito né sette anni dopo. E se qualcuno pensa che sia un diritto ovvio, è solo perché non ha ancora capito che in questo paese di ovvio non c’è più niente. La fine di un regno non è terra ferma, ma un tempo nebbioso dove il concetto di stabilità va rifondato con cautela. Alla fine di questa palude gli unici punti fermi su cui potremmo contare saranno quelli da cui ci siamo rifiutati di spostare il piede. 



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da L'Unità (qui)
20 gennaio 2011

Il paese dei libri vietati

di Carlo Lucarelli


La vicenda è più complessa di come appare, e lo è almeno in tre punti.
Come appare: l’assessore provinciale alla cultura di Venezia prima e l’assessore regionale veneto poi hanno invitato biblioteche e scuole a mettere al bando in quanto “cattivi esempi” gli autori firmatari di un appello a favore di Cesare Battisti circolato nel 2004. Un’iniziativa che è stata stigmatizzata da molti come la solita provocazione di certi amministratori del nord est.
I punti da approfondire.

Primo: l’appello del 2004 non era così genericamente “a favore” di Cesare Battisti. Era più complesso e passava attraverso quel caso per discutere di terrorismo, anni di piombo, legislazione passata e attuale. Ed era un appello legittimo, qualunque sia il giudizio che ognuno di noi può avere sul “caso Battisti”.

Secondo: questa storia non riguarda solo gli autori che hanno firmato l’appello. Io non l’ho fatto e non lo farei, ma mi sento ugualmente coinvolto quando qualcuno stabilisce arbitrariamente liste di proscrizione mettendo al bando libri definiti “diseducativi” non per quello che contengono - e anche in quel caso il giudizio spetterebbe soltanto ai lettori - ma perché le convinzioni personali degli autori non sono ritenute in linea con quelle di chi detiene il potere. Visto il numero crescente di autori che si stanno opponendo - anche a livello internazionale - a questa iniziativa censoria non credo di essere il solo a pensarla così.

Terzo: questa non è la solita provocazione. Bandire i libri è la conseguenza coerente di un modo di pensare stupido, ignorante, intollerante e pericoloso e che ha come obbiettivo un progetto preciso. Che storicamente già sappiamo cosa produce: roghi di libri, autori perseguitati e biblioteche vuote.


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Per approfondire:
 
Lipperatura:

Carmillaonline:

Comunicato AIB sul caso Battisticontro la censura in biblioteca, 18 gennaio 2011

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: ¡Ni una muerta más! (S.Chavez)



L'eco del silenzio 
su Radio Libriamoci Web

trasmissione del 10 gennaio 2011


da Sud De-genere (qui)

13 gennaio 2011


¡Ni una muerta más!


Della notizia dell”identificazione del corpo massacrato e mutilato di Susana Chàvez ieri (e oggi?!), in Italia, non ne scriveva nessuno, tranne Doriana Goracci su ResetItalia, le FaS e un articolo su blitzquotidiano. Trovo che anche questo sia un dato terrificante e significativo, molto.






Da Doriana una lettera della compagna Clara Ferri, che in Messico ci vive:


“Ciao a tutt*,
ho tradotto un articolo della giornalista messicana Sanjuana Martínez riguardante l’assassinio di Susana Chávez, nota attivista contro il femminicidio uccisa lo scorso 6 gennaio. È la prima vittima di femminicidio a Ciudad Juárez del 2011. Ve lo giro nel caso fosse di vostro interesse.


Clara


Ni una más


L’autrice di questa frase è stata assassinata. Si chiamava Susana Chávez e, oltre ad essere attivista contro i femminicidi a Ciudad Juárez, era poeta. Aveva 36 anni. Hanno gettato il suo corpo seminudo per strada. La testa era avvolta in un sacchetto di plastica nero. Le mancava la mano sinistra.


A Susana piaceva scrivere. Iniziò verso gli 11 anni. Era sul punto di finire un poemario. Dedicò la sua vita a denunciare le ingiustizie contro le donne. Offriva letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate.


Verónica Leitón realizzò una performance basata sulla sua poesia. Susana pubblicava su riviste e quotidiani e partecipò come modella sulla copertina promozionale del film “16 en la lista”, il cui soggetto aveva per tema i femminicidi.


Susana scrisse sul suo blog “primera tormenta” il suo ultimo pensiero: “Ho provato dolore prima che si acuisse tutta la violenza che stiamo vivendo tutti noi abitanti di questa mia città natale, Ciudad Juárez. Ma adesso provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, suppongo come molti altri. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede. Viva Città Juárez!”


Il 5 gennaio ha detto a sua madre che sarebbe andata in centro con degli amici. Non ha nemmeno preso la borsa. Quel giorno è stata assassinata, ma le autorità hanno consegnato il suo corpo cinque giorni dopo. Perché?, si domandano in molti. La versione che la questura di Chihuahua vuole spacciare per vera è che si è trattato di un crimine comune che non aveva nulla a che vedere con il suo attivismo.


Hanno affermato che è stata uccisa da tre giovani diciassettenni con cui è uscita a bere una birra. L’ipotesi che sostengono è che Susana avrebbe deciso di andare a casa di uno di loro e che lì avrebbero litigato e i giovani allora avrebbero deciso di ucciderla. Non c’è nulla di chiaro. Il sospetto getta ombra sulla versione ufficiale.


I presunti assassini sarebbero Sergio Rubén Cárdenas de la O detto “El Balatas”, Aarón Roberto Acevedo Martínez detto “El Pelón” e Carlos Gibrán Ramírez Muñóz detto “El Pollo”. Dicono che Susanna abbia affermato di essere una poliziotta e che li avrebbe denunciati in quanto membri di una banda. Allora l’avrebbero messa dentro la doccia e lì asfissiata. Successivamente le avrebbero amputato una mano con una sega per farlo sembrare un atto criminale tipico della delinquenza organizzata. La questura ha scartato l’ipotesi che ci fossero delle prove di violenza sessuale, ma in teoria quello sarebbe stato uno dei motivi dell’aggressione.


Susana era così ingenua da andare a bere da sola con tre ragazzi ignoti in una casa altrettanto ignota? Era così prepotente da mentire loro affermando di essere una poliziotta e di volerli denunciare come teppisti?


Lo dubito. La sua storia personale non coincide con questi atteggiamenti. Inoltre l’autorità di Chihuahua non è stata capace di risolvere neanche un caso dei 13 attivisti sociali assassinati in un anno, di cui tre donne; ha quindi poca credibilità. Una questura che non è nemmeno stata capace di risolvere i casi di femminicidio, manca di appoggio sociale. L’anno scorso sono state assassinate 446 donne. È per questo che c’è una certa diffidenza, l’ombra del dubbio.


La questura si difende ed argomenta che Susana non partecipava più a manifestazioni contro i femminicidi da sei anni, che non era più in contatto con l’ambiente delle organizzazioni non governative che denunciano violazioni dei diritti umani, che negli ultimi anni lavorava al El Paso (Texas) come badante di anziani, e via discorrendo…


La cosa certa è che non meritava di morire così. Né lei né nessun’altra. E che Amnesty International ha richiesto un’investigazione approfondita. E che la Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha aperto un’inchiesta. E che le ONG e i collettivi di donne non hanno intenzione di starsene zitti, né di nascondere la propria indignazione. E che molte persone pensano che il silenzio ci rende complici. C’è molto dolore accumulato, molte morti, molti assassinii che si assomigliano… l’unica cosa che ci resta da fare è continuare ad alzare la voce.


L’assassinio di Susana Chávez si iscrive invariabilmente nell’ambito dei femminicidi, un crimine che si aggiunge a quello di migliaia di donne assassinate per ragioni violente. È la radiografia della mascolinità più primitiva, quella che lacera, offende, ferisce, aggredisce, insulta e dilania la società. Abbiamo bisogno di costruire tra tutti una mascolinità senza violenza, attacchi e impunità.


Una chitarra le dà il commiato al cimitero. Sua madre mette un foglio nella bara. È la poesia che Susana Chávez scrisse in onore a una morta di Ciudad Juárez: “Sangue mio, sangue di alba, sangue di luna tagliata a metà, sangue del silenzio”.


Articolo di Sanjuana Martínez


Traduzione di Clara Ferri”


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da PeaceReporter (qui)
13 gennaio 2011


Boscimani, lotta per la vita


di Christian Elia


Il popolo africano, il 17 gennaio, davanti alla Corte per l'accesso all'acqua


La data è fissata: il 17 gennaio prossimo la Corte d'Appello dello stato africano del Botswana celebrerà la prima udienza per decidere se la popolazione dei Boscimani del Kalahari ha diritto all'acqua.


Questo antico popolo ha già dimostrato di saper lottare contro una modernità che per loro, troppo spesso, ha avuto solo il volto dell'abuso e della violenza. Nel 2002, infatti, i Boscimani hanno vinto un processo storico, ottenendo una sentenza favorevole al loro ritorno nelle terre ancestrali, quelle adesso occupate dalla Central Kalahari Game Reserve. La corte ha posto così fine agli sfratti forzati che i Boscimani hanno subito in questi anni.


Nel 2010, però, la Corte Suprema del Paese ha negato loro l'accesso al pozzo dove, da sempre, i Boscimani prendono l'acqua per vivere. Non si sono persi d'animo e, memori della vittoria del 2002, hanno presentato ricorso. Con ottime possibilità di vittoria, considerato che la sentenza che nega l'accesso al pozzo è arrivata una settimana prima che le Nazioni Unite - in colpevole ritardo - sancissero l'accesso all'acqua come un diritto umano.


La chiusura del pozzo ha costretto i Boscimani a viaggiare per ore, a piedi o a dorso d'asino, in zone inospitali del Botswana per reperire le risorse idriche necessarie alla loro sopravvivenza. Un trattamento disumano e degradante che viola tutti i parametri del rispetto dei diritti umani, come sottolinea da anni l'ong Survival che si batte per il rispetto dei diritti dei Boscimani.


I Boscimani sono suddivisi in diverse tribù e non esiste neanche un nome che li rappresenti tutti. Molti di loro utilizzano e accettano il nome Boscimani, anche se deriva dalla traduzione inglese della parola olandese/afrikans bosjemans o bossiesmans, ovvero 'banditi' e 'fuorilegge'. Le tribù parlano lingue diverse e vivono divise tra Botswana, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe, Angola e Zambia. Vivono di caccia e agricoltura e sono riuscite a sopravvivere nel deserto per migliaia di anni. Prima dell'arrivo dei sedentari e dei colonizzatori. Dopo si calcola che le persecuzioni subite dai Boscimani abbiano causato un massacro, riducendo la popolazione da milioni che erano a sole cento mila persone.


Quelli che son rimasti, con la forza, sono stati (fino al 2002) costretti ad abbandonare la loro terra. Le principali organizzazioni internazionali indipendenti che si battono per il rispetto dei diritti dell'uomo ritengono che la causa degli sfratti dei Boscimani siano i diamanti. Le terre ancestrali dei Boscimani si trovano nel cuore della zona diamantifera più ricca del mondo. Un piano di 'pulizia etnica' che, fallito nel 2002, ha forse trovato nella sete una nuova leva per espellere i Boscimani dalle loro terre.


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da PeaceReporter (qui)
27 dicembre 2010


Italia, la criminalità che non c'è

di Maurizio Bongioanni



Un rapporto europeo sui media svela l'anomalia dei tg italiani: come lo schermo crea le paure della società


L'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza ha diffuso un rapporto sulla rappresentazione mediatica e la percezione sociale delle notizie registrando un netto scarto tra la realtà e l'informazione, quindi tra ciò su cui si concentra l'attenzione mediatica e quello che la gente percepisce realmente.




Nel caso specifico dell'Italia, negli ultimi tre anni i timori per le dinamiche economiche sono cresciuti sensibilmente (come in tutta Europa). La disoccupazione è la voce che preoccupa di più l'italiano medio passando da un 28 percento del 2005 a un 51 percento nel settembre 2010. La qualità dei servizi sociali e sanitari si inserisce al secondo posto nella classifica delle preoccupazioni, rimanendo stabile negli anni. Medaglia di bronzo per una voce in calo: l'immigrazione che passa dall'11 percento del 2005 al 9 percento del 2010.


Ma la sensazione è un'altra: a sentire il tg sembra che il primo problema sia come arginare la criminalità.
Cerchiamo di approfondire: la fotografia degli argomenti trattati dai tg nazionali mostra chiaramente che si dà spazio prima di tutto alla politica interna (17 percento contro una media europea del 10 percento), poi si parla di costume e Società (13 percento contro 5 percento) e di criminalità (10 percento contro 5 percento). In Europa si parla più di politica estera, lavoro ed economia. In Italia di pastoni politici, delle nonne più giovani d'Italia e di immigrati ladri e assassini. L'opinione pubblica è preoccupata per il lavoro ma i media italiani non ne parlano molto, preferendo il tema criminalità e politica interna.


Vediamo nel dettaglio come i tg si dividono questo compito: Mediaset è il canale che dedica più spazio alla criminalità, inseguita dalla Rai. Tg5 e Tg1, in particolare, ne parlano ogni giorno dando vita a un processo che viene chiamato di "criminalità pervasiva": mentre gli altri canali europei trattano la stessa notizia per più giorni in Italia si tendono a utilizzare notizie 'usa e getta'. Un giorno un figlio uccide la madre a martellate, il giorno dopo il vicino fa fuori moglie figlio e zia, al terzo giorno il nipote spranga in casa i nonni per rubargli la pensione. Non c'è alcuna continuità: solo il macabro piacere di raccontare quotidianamente un nuovo episodio di violenza. Solamente Rai3 e Rete4 (che preferisce parlare di altro) si scostano da questa tendenza. Il fatto è che la rappresentazione mediatica di un timore che non esiste, se non in misura contenuta, contribuisce a innalzare la percezione di tale problema. Secondo i dati della ricerca, infatti, il numero di reati è rimasto stabile negli anni. Quello che è cresciuto è il numero di notizie sugli atti criminali, con una punta estrema toccata nell'anno 2007 (per maggior precisione quando c'è stato il cambio di Governo, da Prodi alla vittoria schiacciante di Lega Nord e Pdl: uso strumentale del tema sicurezza?), crescita delle notizie che ha innalzato il livello di percezione in alcuni casi raddoppiandola rispetto al numero di reati realmente commessi.


Ma una persona potrebbe dire: in Italia esiste la criminalità organizzata che contribuisce alla notiziabilità di questi eventi. Ma anche questo, purtroppo, non è vero. Perché dal 5 aprile al 4 giugno 2010, ad esempio, sono state date dal notiziario in prima serata qualcosa come 15mila notizie di crimini violenti (cioè escludendo furti, rapine e droga) contro le 1947 dedicate al tema della mafia.
E se trasportiamo il confronto a livello europeo, ecco i risultati più clamorosi. Prendiamo Rai1: in base a dati del primo trimestre del 2010, l'emittente italiana ha una rappresentazione mediatica delle notizie di criminalità doppia rispetto alla Tve spagnola, due volte e mezza la Bbc britannica e la France2, più di dieci volte rispetto la Ard tedesca. Nello stesso periodo preso in considerazione Ard ha dato 34 notizie contro le 431 di Rai1, quindi la media italiana è di più di due notizie al giorno. E mentre le 34 notizie tedesche fanno riferimento per lo più a due casi (abusi su minori che hanno sconvolto l'intero paese) coprendo quindi il 58 percento delle notizie date, in Italia i grandi delitti occupano il 9 percento dell'agenda reati. Le altre notizie sono spesso date una volta sola.
Per concludere: mentre è la paura di perdere il posto di lavoro (o di non trovare una prima occupazione, nel caso dei giovani) a generare la principale inquietudine della società italiana, l'agenda di notizie diffusa dai media italiani verte in principal modo sui temi della criminalità (accompagnati da politica interna e costume) dando vita in certi casi a una chiara strumentalizzazione politica del tema sicurezza e in altri a una superficiale spettacolarizzazione da prodotto di intrattenimento (infotainment).


  

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: storie dal mondo


L'eco del silenzio 

su Radio Libriamoci Web


trasmissione del 10 gennaio 2011

da www.amnesty.it (qui)
23 dicembre 2010


Per la terza volta, le Nazioni Unite
per la fine delle esecuzioni



All'indomani del voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha approvato per la terza volta dal 2007 una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni capitali, Amnesty International ha sollecitato tutti gli Stati che ancora mantengono la pena di morte a proclamare immediatamente una moratoria, come primo passo verso la sua abolizione.

La risoluzione è stata adottata con 109 voti a favore, 41 contrari e 35 astensioni. Rispetto all'ultima votazione del 2008, il numero dei voti favorevoli è aumentato, mentre quello dei contrari è significativamente diminuito, a dimostrazione della costante tendenza globale verso la fine dell'uso della pena di morte.

"Il voto del 21 dicembre invia ancora una volta un messaggio chiaro: l'omicidio premeditato di stato deve finire. La minoranza dei paesi che ancora continua a usare la pena di morte deve proclamare immediatamente una moratoria sulle esecuzioni, come primo passo verso l'abolizione di questa estrema negazione dei diritti umani" - ha dichiarato José Luis Diaz, rappresentante di Amnesty International presso le Nazioni Unite a New York.

Nel 1945, quando le Nazioni Unite vennero fondate, solo otto stati avevano abolito la pena di morte per tutti i reati. Oggi, 136 dei 192 stati membri dell'Onu l'hanno abolita per legge o nella prassi. 

Bhutan, Kiribati, Maldive, Mongolia e Togo hanno cambiato opinione dal 2008 e ora sostengono la moratoria. Come ulteriore progresso, le isole Comore, Nigeria, le isole Salomone e Thailandia, da contrari, sono diventati astenuti.

"Questi cambiamenti positivi costituiscono un incoraggiante passo avanti verso l'abolizione della pena di morte nel mondo. Ora ci aspettiamo che, nelle leggi nazionali, vengano introdotte norme abolizioniste al più presto" - ha proseguito Díaz.

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite discuterà ancora sul tema alla fine del 2012.



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da http://www.deltanews.net (qui)

Di anoressia si continua a morire

Pubblicato il 02 gennaio 2011 da Redazione Delt@


(Roma) Ha destato tristezza in questi giorni di festa e profonda commozione la morte  di Isabelle Caro, la modella francese anoressica, divenuta famosa anche in Italia per la  discussa campagna contro la malattia fatta da Oliviero Toscani nel 2007,  criticata per la crudezza delle foto al punto che il giurì ne aveva vietato la diffusione.

Isabelle si è spenta a soli 28 anni il 17 novembre scorso a Tokyo, ma la notizia della sua morte è stata diffusa il 29 dicembre scorso. Una vita d’inferno la sua,  e più volte era sfuggita  alla morte, come nel 2005 quando era arrivata a pesare 25 chili. Da allora aveva fatto dell’anoressia la sua battaglia personale affermando che bisognava “smetterla di sacralizzare la magrezza”. “Le foto delle modelle – ripeteva Isabelle – sono ritoccate quindi si tratta di una menzogna che entra dentro la testa delle donne”.
Fabiola De Clercq, ex ragazza anoressica e oggi presidente e fondatrice dell’Aba, Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia (www.bulimianoressia.it), la bulimia, l’obesita’ e i disordini alimentari, che aveva conosciuto la modella, la ricorda come una persona con profondo disagio, che “aveva cercato nell’anoressia una sorta di ‘cura’, una forma di controllo su una vita che non controllava affatto. Mi aveva raccontato che in Francia non aveva più trovato psichiatri disposti ad averla in cura, ma non mi pareva che lei avesse interesse nel farsi curare, non le interessava molto vivere”. “La sua anoressia – prosegue De Clercq – è l’incarnazione di un disagio familiare che aveva radici profonde. In occasione di quell’incontro – ricorda ancora la presidente dell’Aba – aveva raccontato che sua madre non voleva le crescessero i piedi, e da bambina la obbligava a indossare scarpe ormai strette, rifiutandosi di vederla crescere”. De Clercq si dice “non sorpresa” dalla notizia della morte di Caro, “perché già all’epoca della campagna di Toscani – afferma – aveva bisogno di essere ricoverata in un reparto di terapia intensiva per le sue condizioni fisiche. Eppure il suo corpo veniva esibito e sfruttato, e lo è stato fino all’ultimo dagli agenti che le ronzavano attorno. La sua morte “potrebbe essere un appiglio per chi oggi fa i conti con l’anoressia, ma per esserlo dovrebbe esserci una struttura di base più solida, priva di psicosi. Per una ragazza anoressica – continua la presidente dell’Aba – è difficilissimo uscire dal tunnel, e anche una notizia drammatica come questa è destinata in molti casi a finire nel dimenticatoio. In tante penseranno ‘a me tanto non accadrà’ e continueranno imperterrite nel loro digiuno. Ma di anoressia si muore – conclude De Clercq – questa è solo una triste prova destinata a fare almeno un po’ di rumore”.
“L’anoressia resta la malattia psichiatrica a più alta mortalità e non va affrontata con superficialità” commenta Stefano Vicari, responsabile della Neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù’ e coordinatore scientifico del progetto contro i disturbi del comportamento alimentare sostenuto dal ministero della Gioventù. “I dati in nostro possesso rivelano che si abbassa sempre di più l’età’ di esordio dell’anoressia – spiega Vicari – Oggi vediamo bambine anoressiche anche sotto i dieci anni. E sono sempre più numerosi i maschi che sviluppano il rifiuto verso il cibo alla ricerca di un corpo sempre più sottile”. E’ necessario mettere in atto strategie per prevenire o fronteggiare tempestivamente queste situazioni che, se non affrontate con la dovuta attenzione, possono portare a danni permanenti per la salute o, come nel caso di Isabelle Caro, alla morte. Le malattie psichiatriche hanno una base biologica, ma il contesto ambientale o gli stimoli emotivi possono, infatti, contribuire al loro manifestarsi. “Le azioni messe in campo dalle istituzioni – prosegue Vicari – si stanno rivelando efficaci, soprattutto per quanto riguarda la percezione dei canoni di normalità del corpo da parte delle giovani generazioni. Le iniziative di prevenzione, in rete come nella scuola ma anche nei concorsi di bellezza, sono tese a stimolare il rifiuto di modelli estetici imposti da mode che con il benessere della persona non hanno alcun punto in comune. Il nostro sforzo quotidiano, anche con strumenti come www.tupuoi.org, è di diffondere la cultura del benessere in opposizione ai messaggi negativi e dannosi che trovano tra i ragazzi e le ragazze tanto riscontro e seguito, soprattutto sul web”.

(Delt@ Anno Anno IX, n. 1 del 3 gennaio 2011)

LINK UTILI:


www.bulimianoressia.it

www.briciolledipane.it


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da PeaceReporter (qui)
5 gennaio 2011


Messico, i numeri della tragedia


di Alessandro Grandi

Inarrestabile la violenza in Messico. I killer dei narcos non si fermano. Uccisi due clown di strada accusati di essere spie

I numeri della guerra intrapresa dai narcos in Messico devono far riflettere. Più di 12.650 persone sono state uccise dal "crimine organizzato" nel 2010 appena trascorso. Una cifra esorbitante. Il 52 percento in più rispetto all'anno precedente. Un omicidio ogni 40 minuti. Trentamila negli ultimi quattro anni. Dati impressionanti che evidenziano come la situazione ormai sia sfuggita di mano allo Stato centrale.
Una furia cieca quella dei gruppi criminali messicani. Una furia che non risparmia né donne né giovani. Una violenza che purtroppo è riuscita a mettere paura allo Stato messicano, incapace di contenerla.

Ultimo in ordine di tempo l'omicidio di due uomini, probabilmente uccisi dai sicari dei cartelli della droga, avvenuto in una zona particolare, nel sud est del Paese e non a nord, dove le cosche hanno maggior potenza e influenza. I due uomini erano clown di strada. Un lavoro che non sempre consentiva un lauto guadagno, secondo quanto raccontato dai familiari. Ma per i killer i due pagliacci erano solo spie dell'esercito. E per questo andavano puniti. Una punizione esemplare, considerando che accanto ai due cadaveri è stato fatto ritrovare un biglietto con la spiegazione dell'omicidio. "Questo mi è capitato perchè facevo la spia e pensavo che il ministero della Difesa mi avrebbe protetto", si legge nel cartello firmato Fez (probabilmente la Forza Speciale de Los Zetas) posto sopra uno dei cadaveri. Non sapremo mai se i due uomini erano davvero spie oppure avevano fatto qualche sgarbo che doveva essere punito. Di fatto sono state colpite due figure che rappresentano l'allegria e la felicità e che si associano alla spensieratezza dei bambini. Forse un modo per precludere anche il loro futuro?

Il dato numerico in merito alle morti nel Paese non è da sottovalutare. Secondo gli investigatori della polizia messicana, infatti, i cartelli avrebbero cellule semi-dormienti in molti stati del Paese a partire da Perù ed Ecuador, capaci di organizzare produzione e trasporto di sostanze stupefacenti verso il nord del continente. E capaci anche di organizzare omicidi, sequestri, spedizioni punitive. Tutto per un miglior controllo del territorio. Tutto come se fossero i padroni della regione. Lo stato più colpito dall'ondata di omicidi è lo stato di Chihuahua. Da dicembre 2006 almeno 10.587 persone sono state assassinate dai killer dei cartelli. Il 57 percento delle vittime è stata registrata a Ciudad Juarez, una delle città più pericolose del pianeta.
La triste classifica degli stati più colpiti dalla violenza criminale dei narcos è lo Stato di Sinaloa dove nel solo 2010 ci sono stati più di 1.700 omicidi. E le forze di sicurezza? Certo è che a pagare sono state anche loro. Secondo un recente conteggio, infatti, sembra che la lotta al traffico di droga abbia causato almeno 755 vittime fra le forze di polizia e dell'esercito. Tutte o quasi sono avvenute in scontri a fuoco con le bande criminali.
In questo insieme tragico di dati uno colpisce particolarmente: quello che riguarda i minori vittime dei cartelli. Sarebbero 183 nel 2010 e oltre mille negli ultimi tre anni. Un dato che lascia senza parole.


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da PeaceReporter (qui)
5 gennaio 2011

Sudan, conto alla rovescia

di Alberto Tundo

A un passo dal referendum che sancirà l'indipendenza del Sud. Questione di religione, identità ma anche di forti interessi

Mancano poche ore ormai al referendum con cui la parte meridionale del Sudan, cristiana animista in prevalenza, deciderà la secessione da un Paese dalla forte identità araba e islamica. L'incognita non è il risultato ma come reagirà Khartoum, se la separazione sarà gestita dalle diplomazie o decisa dagli eserciti.

L'attesa è scandita da parole distensive e manovre che preludono ad un esito cruento. L'ultimo gesto lascia ben sperare ed è firmato dal presidente sudanese Omar al-Bashir, che martedì si è recato nella capitale del quasi-stato, Juba, portando un messaggio di pace e speranza: "La nostra scelta è per l'unità ma rispetteremo la decisione dei cittadini del Sud". E a proposito dei confini tra i due stati, ancora da tracciare in modo definitivo, ribadiva l'impegno delle parti a raggiungere un accordo entro il 9 luglio, precisando però che "il confine non sarà un muro e il movimento di persone da una parte all'altra sarà sempre possibile". Tutto bene, quindi, eppure Uganda e Kenya hanno sigillato i confini con il Sud Sudan e le Nazioni Unite hanno rafforzato il contingente schierato sulla frontiera. Al di là delle iniziative pubblicizzate da divi dello show business d'impronta umanitaria come George Clooney, la tensione comunque resta alta e non hanno giovato alla serenità i cablogrammi della diplomazia Usa rivelati da Wikileaks, che davano conto di un carico di armi dirette al Kenya a bordo di una nave ucraina, sequestrata dai pirati. La partita era destinata all'esercito di Juba, che negli ultimi due anni ha varato un programma di riarmo pesante. Khartoum ovviamente non è rimasta a guardare e ha fatto altrettanto, difendendo la sua superiorità militare. Né ha risparmiato avvertimenti; a metà novembre, aerei sudanesi hanno sganciato bombe nel territorio del Sud Sudan, spiegando poi che si trattava di una missione all'interno di una operazione di caccia ai ribelli del Darfur. In pochi ci hanno creduto. Nessuno invece ha avuto dubbi sulle bombe sganciate su Timsaha, nel distretto di Bahr al-Ghazar Ovest, che hanno ferito due soldati sud sudanesi e due civili.
D'altronde la posta in gioco è alta e non ha molto a che fare con l'affermazione di identità etniche o religiose. Come sempre, in palio c'è il controllo delle risorse. Due sono quelle più importanti: l'oro blu e l'oro nero. Una eventuale secessione del Sud indebolirebbe l'asse Egitto-Sudan, le potenze regionali che sono anche le principali beneficiarie dell'immensa portata d'acqua del Nilo, in una regione alle prese con frequenti carestie: grazie ai due trattati siglati nel 1929 (Egitto-Gran Bretagna) e nel 1959 (Egitto-Sudan), i due Paesi si spartiscono il 90 per cento della ricchezza idrica. Uno status-quo di assoluto privilegio che gli altri stati del bacino del Nilo stanno ridiscutendo. E poi c'è il petrolio, di cui il Sudan è uno dei principali produttori africani, che però viene estratto quasi prevalentemente nella parte meridionale del Paese. Dalle rendite petrolifere dipende il 45 per cento del budget nazionale. Dal petrolio arrivano i due miliardi di dollari l'anno che tengono in piedi la corrottissima burocrazia politica e militare del Sud Sudan. Il Sud ha il petrolio, il nord però controlla le pipelines che lo pompano verso Port Sudan e le raffinerie nonché la gestione dei proventi, una delle ragioni chiave dietro l'indipendentismo del sud del Paese.

Ed è il petrolio l'elemento cruciale dietro un'altra questione insoluta, oltre al Nilo, ai confini e alla divisione degli asset nazionali: Abiyei. Si tratta di una piccola regione a cavallo tra nord e sud, di importanza capitale proprio per quanto riguarda l'accesso alle risorse petrolifere. Rilevamenti del 2004, attribuivano ai tre pozzi dell'area, Heglig, Bamboo e Diffra, una produzione giornaliera di 76 mila barili di petrolio, vale a dire il 25 per cento di quella nazionale. Ora, è vero che la quantità di petrolio estratta nel 2009 si era ridotta a 28 mila barili, com'è vero che la Corte arbitrale permanente su Abiyei aveva stabilito che i pozzi di Heglig e Bamboo non fossero da considerarsi parte dell'area, ma pure con questa tara, la regione ha un valore strategico molto alto, in un Paese che ha nel petrolio il principale motore economico. In base al Comprehensive Political Agreement tra nord e sud del 2005, l'accordo che spianò la strada al referendum per la secessione, ad Abiyei si sarebbe dovuto votare anche per decidere se essere parte della metà settentrionale del Paese o di quella meridionale. Il 9 gennaio, invece, non si voterà. Troppo alta la tensione, troppo forte il rischio che in questa regione si riaccendesse il conflitto. Il referendum è rimandato a data da destinarsi, anche perché manca l'accordo anche su chi dovrà avere il diritto di voto e su chi siano i residenti: solo le popolazioni sedentarie (Ngok-Dinka), che voteranno per l'indipendenza o anche i Messereya, tribù araba di pastori che voterà contro la secessione. Un'autorevole fonte governativa sudanese aveva detto a Peacereporter, alcuni mesi fa, che Abiyei avrebbe deciso tutto. Ora che si è scelto di non decidere, la questione resta sospesa come una spada di Damocle, accanto ad altre incognite che gravano su un referendum sul cui esito nessuno ha dubbi.



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