sabato 10 aprile 2010
Berlusconi denunciato alla Corte europea dei diritti dell’uomo: silenzio dei media italiani
12:20 | Pubblicato da
Lucia |
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Legality of Berlusconi’s Television Monopoly Challenged (qui)
Europe’s Top Court Urged to Address Italy’s Media Pluralism Gap
Press Release
Date: March 11, 2010
Contacts:
New York/Strasbourg—Prime Minister Silvio Berlusconi's control over television broadcasting in Italy goes against European democratic standards, the Open Society Justice Initiative argued in a brief filed today with the European Court of Human Rights. The Italian broadcaster bringing suit, Centro Europa 7 s.r.l., has been denied access to the airwaves for almost a decade.
"This case highlights the failure of successive Italian governments to deal with the twin problems of concentrated control and conflict of interest in broadcasting," said James A. Goldston, executive director of the Open Society Justice Initiative. "The Italian situation is unacceptable for a democracy, and we are calling on the European Court to uphold the principles of media pluralism."
In 1999, Italian authorities granted Centro Europa 7 a license to operate a national television station but failed to offer it an actual operating frequency until December 2008. The frequency should have been relinquished under national anti-trust law by the Mediaset Group, Italy's dominant private broadcasting company. Mediaset operates the country's top three private television channels and is controlled by the Berlusconi family.
"Italy has the most concentrated television ownership in Europe," said Goldston. "This lack of diversity can stifle debate and limit the public's access to information and critical perspectives."
As head of government, Berlusconi also has indirect authority over Italy's state-owned public service broadcaster, Radiotelevisione Italiana (RAI). Together, Mediaset and RAI jointly control roughly 90 percent of audience and advertising revenue shares nationally. Centro Europa 7 claims the frequency it was finally granted in 2008 was squeezed out of RAI's existing frequencies and is unsuitable for operating a national television network across Italy.
In 2004, both the Council of Europe and the European Parliament condemned the open conflict of interest between Mr. Berlusconi's media interests and his political responsibilities when in government, yet the situation persists. The current government has been repeatedly accused of partisan interference with RAI's editorial choices.
The Justice Initiative intervened in this case as an independent third party acting in the public interest.
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BERLUSCONI DENUNCIATO PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO
14/03/10
L'11 marzo 2010 la “Open Society Justice Initiative”, in qualità di terza parte indipendente che agisce solo nel pubblico interesse, ha depositato un istanza presso la Corte europea dei diritti dell'uomo in cui viene denunciato il non rispetto delle norme europee democratiche sul pluralismo dei media e sulla illegittimità del controllo televisivo di radiodiffusione televisiva in Italia detenuto dal primo ministro Silvio Berlusconi. Viene anche rilevato che all'emittente “Europa7” da più di un decennio viene di fatto negato l'accesso ad uno spazio televisivo.
James A. Goldston, direttore esecutivo dell'Open Society Justice Initiative, ha dichiarato “Questo caso evidenzia il fallimento dei governi italiani che si sono succeduti nel tempo ad affrontare il duplice problema del controllo dei media concentrato su una singola persona ed il conflitto di interessi nelle trasmissioni. La situazione italiana è inaccettabile per una democrazia e noi chiediamo alla Corte europea di sostenere i principi del pluralismo dei media".
Nel 1999 le autorità italiane hanno concesso a “Europa 7” una licenza per operare attraverso una stazione televisiva nazionale ma questa operatività non è mai riuscita a concretizzarsi fino a dicembre 2008, quando si sarebbe dovuta liberare una frequenza a lei destinata. In realtà “Europa 7” ancora oggi non è stata messa in grado di operare.
Goldston aggiunge “L'Italia ha la più alta concentrazione di controllo televisivo accentrato in un singolo individuo rispetto a tutto il resto dell'Europa. Questa mancanza di pluralità può soffocare il dibattito e limitare l'accesso del pubblico alle informazioni e alle prospettive critiche".
Come capo del governo Silvio Berlusconi controlla indirettamente la televisione pubblica dello Stato ,la RAI, che insieme alla sua più diretta proprietà, Mediaset, gli permette di esercitare il controllo su circa il 90% delle trasmissioni televisive su territorio italiano.
Nel 2004 sia il Consiglio d'Europa che il Parlamento europeo hanno condannato l'aperto conflitto di interessi che Berlusconi ha a causa di suoi interessi professionali privati e delle sue responsabilità politiche, ma la situazione da allora persiste inalterata e questa circostanza ha fatto si che l'attuale Governo venisse ripetutamente accusato di eccessiva ingerenza con le scelte editoriali della RAI, diretto concorrente finanziario dell'impero Mediaset di Berlusconi.
Il comunicato ufficiale della “Open Society Justice Initiative”
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Berlusconi denunciato alla Corte europea dei diritti dell’uomo: silenzio dei media italiani (qui)
Nell’ultimo mese, sui quotidiani e in televisione, si è letto e visto di tutto. Molto spazio, come naturale che sia, è stato dedicato alle elezioni regionali. Tra le notizie principali, in mezzo alle solite questioni politiche, ai “coccodrilli” che ricordano persone come Maurizio Mosca e il giudice di “Forum” Santi Licheri, ai tragici anniversari (polemici) di terremoti, si affiancano le particolari eliminazioni dall’ “Isola dei Famosi” o le sfide di “Amici“.
Non solo: è stata incentrata l’attenzione su “casi congelati“, sulla pedofilia e sulla delicata questione dell’aborto. Il filo conduttore dei tre argomenti è la Chiesa. Che, proprio in corrispondenza della Quaresima, ha vissuto davvero un periodo di “passione”. Ancora più recenti sono le rivolte popolari in Kirghizistan e in Thailandia. Mentre, in Italia, qualcuno fa la voce grossa su potenziali censure in seno al principale telegiornale nazionale, con la curiosa rimozione di alcuni tra i più noti anchormen. Malignamente c’è chi osa paragonare le vicissitudini della Repubblica ex URSS e della regione siamese con quelle del Bel Paese.
Ma, si sa, la Penisola è uno Stato civile. Altrimenti non si avrebbe un “legittimo impedimento“, “finalmente” sottoscritto due giorni fa dal Presidente della Repubblica, capace di sospendere per 18 mesi i processi riguardanti i membri dell’intero Esecutivo. Tralasciando le singole e specifiche questioni, si può notare un’informazione allargata e molteplice, sia in pareri che argomenti. I direttori spaziano dal serio al faceto, sforzandosi di integrare cronaca e curiosità locali. Certo, errori e “buchi” sono impossibili da evitare e, per chi è senza peccato, resterebbe da scagliare la proverbiale prima pietra. Difficile che qualcuno lo faccia. Tuttavia, mettere in evidenza opportune “lacune” si può.
Come detto, nessuno mette in discussione la pubblicazione di una scaletta a discrezione dei responsabili delle testate. Di conseguenza, perché si deve venire a sapere dai blog, notoriamente media indipendenti e non soggetti a restrizioni editoriali, che il Capo del Governo, da quasi un mese a questa parte, è stato denunciato alla Corte Europea dei Diritti Umani? Non si parla di una querela, che deve essere analizzata preliminarmente in Procure, o una mera citazione al fine di ottenere un risarcimento danni riguardante individui circoscritti. La CEDU, ossia la stessa che si è occupata tempo fa della rimozione del crocifisso dalle aule italiane, ha comunque un peso non indifferente in materia legale, occupandosi, guarda caso, di libertà e diritti fondamentali. Quelli a cui il Primo Ministro terrebbe molto.
Paradossalmente, tale violazione riguarderebbe proprio il Cavaliere. Quest’ultimo, secondo la ”Open Society Justice Initiative”, ente affiliato ad un altro personaggio controverso come George Soros, è reo di aver impedito il corretto flusso democratico e pluralista dei mezzi informativi. Una dimostrazione concreta avanzata alla Corte, oltre alla circostanza che vede il principale membro del Governo proprietario di più network, è il conflitto Rete 4 – Europa 7. Per sommi capi, la seconda delle due emittenti ebbe diritto a sostituire il canale Mediaset nei palinsesti. Con l’introduzione della Legge Gasparri del 2003 (facile immaginare chi sedesse a Palazzo Chigi) e nonostante i ricorsi al TAR del Lazio e Consiglio di Stato, nonché i pareri duri e fermi della Corte di Giustizia Europea, la rete ben identificata dai TG di Emilio Fede e dai film di Bud Spencer e Terence Hill rimane tuttora, e contro le originarie decisioni, su quelle frequenze che dovevano essere cedute. Ancora più in breve, Rete 4 sarebbe “abusiva”.
È comprensibile che i giornalisti di un certo livello non vogliano parlare sempre e solo della solita persona. Non si sa mai: qualcuno potrebbe scambiare il diritto di cronaca per persecuzione politica e sociale.
Scritto da Leonardo Mangini in data 9 aprile 2010
venerdì 9 aprile 2010
Il gioco dietro la tragedia
10:14 | Pubblicato da
Lucia |
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da PeaceReporter
07/04/2010
PeaceReporter ha rintracciato Giuseppe Bizzarri, fotografo che da anni vive e lavora a Rio de Janeiro. Il racconto della pioggia, l'alluvione, l'acqua per le strade, le vittime, in una città paralizzata.
Ieri, comunque, di fronte alle tante vittime, politici e amministratori non hanno perso tempo a dichiarare che la gente che vive abbarbicata sulle colline andrà pian piano trasferita. E io mi chiedo: sarà che stiano già usando questa tragedia quale pretesto per tornare a sfollare la gente dei quartieri poveri da zone scomode, a ridosso di aree strategiche? Quanto ci metteranno a deportare chi vive nel cuore di Rio, nelle antiche favelas del centro, verso aree lontane, fuori dalla vista dei turisti, e fuori dalla vita della città. Andando contro la natura stessa di ogni slums del mondo, che nasce, cresce e vive solo grazie all'indotto cittadino. Questo sarebbe tragico. E riporterebbe indietro la città di decenni. Dagli anni venti agli anni sessanta risolvere il problema favelas per i governanti voleva dire rimuoverlo alla radice. Quando si resero conto che non era possibile, puntarono a migliorarlo. Una mentalità che però ha vissuto di nuovo uno stallo, perché anche Lula non è riuscito a imporre il miglioramento vero, profondo delle favelas. Dietro ci sono i soliti giochi politici. È chiaro. Specie adesso in piena campagna elettorale.
Nelle zone strategiche già è in atto un controllo ferreo delle favelas, una militarizzazione massiccia. È il preludio alla smobilitazione di massa, che equivarrebbe a liberare spazio prezioso per investimenti immobiliari. E l'intero mercato di questa che è la zona clou del turismo si impennerebbe. Rio può espandersi solo verso sud e troveranno il modo, lo stanno già trovando.
E la ristrutturazione in atto è mirata, è fatta solo dove conviene economicamente e politicamente. E diciamoci la verità, dato che non è la prima volta che la città viene inondata, e che non è purtroppo la prima volta che ci troviamo di fronte a tanti morti, se non fossimo nel bel mezzo della campagna elettorale e in periodo di preparazione alle olimpiadi, non si sarebbe parlato così tanto di questa tragedia. Sarebbe passata sotto silenzio come spesso avviene per i fatti tragici di carioca.
Rio diventa Venezia a ogni sprazzo di pioggia. E nessuno ne parla mai. Certo, non voglio negare che l'acqua questa volta è scesa tanta e per tanto tempo ed è coincisa con l'alta marea che ha impedito ai fiumi di scaricare come di dovere. Una concatenazione di eventi che ha contribuito al caos. Ma che Rio sia sogetta a tutto questo è risaputo. Non si può fingere altrimenti. È l'urbanizzazione disastrosa. E ovunque abbiano costruito ex novo, come a Barra, non va meglio. E, mai avessero pensato a creare una metropolitana. Spostarsi, percorrere la città da una parte all'altra è impossibile. Il vero delirio. Tutto si blocca. Immaginarsi quando quelle vie diventano come fiumi in piena.
Morti, smottamenti, frane, ci sono sempre stati. E non hanno mai reagito come avrebbero dovuto. D'accordo, sulle colline sono nate abitazioni in zone improprie, ma a essere andata in tilt è la città. È la città che non funziona. A cominciare dal Pac, che non è stato applicato dove c'era più bisogno, bensì seguendo il criterio del caso. E principalmente per mantenere i consumi. È stato uno dei modi per affrontare la crisi. Costruire, migliorare, ma non urbanizzazione. Bensì cose da fare subito per far circolare denaro, muoverlo, impiegarlo. Palliativi i per tirare avanti l'industria edile e affrontare la crisi. L'inflazione è al 6 percento. Sta salendo a vista d'occhio. La gente si lamenta. E il real è fortissimo. È assurdo. E tutto questo a discapito dell'industria nazionale e a favore del dollaro.
Questo è quanto. E, in piena emergenza, quando il sito della protezione civile è andato in tilt, l'unica cosa che ha funzionato è stato Twitter, il social network. È lì che la gente ha iniziato a scambiarsi informazioni su dove non andare, sulle strade pericolose, sulle zone da evitare. Questo ha evitato che la tragedia fosse ancora peggiore. Non certo l'organizzazione dei soccorsi istituzionali.
Stella Spinelli
* PAC = Piano di accelerazione della crescita; è il programma presentato dal governo di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2007 che prevede, tramite interventi nell'arco di quattro anni, di far ripartire l'economia brasiliana e combattere la povertà.
giovedì 8 aprile 2010
Rubati dall'amministrazione israeliana centinaia di milioni di shekels che spetterebbero ai palestinesi
09:58 | Pubblicato da
Lucia |
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07/04/2010
La Procura generale d'Israele ammette il furto di centinaia di milioni di shekels che spetterebbero ai palestinesi
"Del caso se ne occuperà una squadra composta da esperti di vari dicasteri, coinvolgendo la materia il ministero della Giustizia, il ministero delle Finanze e l'Amministrazione Civile. Gli aspetti tecnici della questione saranno stabiliti la prossima settimana".
Meccanismo imperfetto. Malchiel Bals, il vice Procuratore Generale d'Israele, licenzia poche righe (riprese dal quotidiano israeliano Ha'aretz) che non riescono a celare un certo imbarazzo. Sono quindici anni che i palestinesi vengono derubati di somme di denaro ingenti dall'Amministrazione israeliana. Lo ha denunciato un avvocato della Procura militare israeliana che, per primo, si è accorto di come questi fondi transitassero direttamente nelle casse israeliane in violazione della normativa vigente rispetto ai rapporti tra Stato occupante e terra occupata. Bals, a quel punto, si è mosso per far partire l'indagine. Si parla, secondo una prima stima, di centinaia di milioni di shekels (moneta israeliana, un euro è pari a circa cinque shekels), circa 80 milioni all'anno per quindici anni. Da vengono questi soldi? Sono i proventi di tasse e bolli raccolti dall'amministrazione pubblica per esempio rispetto a concessioni per lo sfruttamento del suolo pubblico (le cave) o per aste su terreni. Secondo gli Accordi di Oslo della metà degli anni Novanta, che chiusero la Prima Intifada palestinese, i fondi devono essere raccolti dagli esattori israeliani e debbono essere reinvestiti in servizi e infrastrutture per la popolazione civile palestinese nei Territori Occupati. Invece, in questi quindici anni, sono finiti nelle casse di Tel Aviv. In violazione alla legge internazionale che impone agli Stati occupanti di 'conservare' i beni dei territori occupati fino al nuovo status. Gli Stati Uniti, per esempio, rispetto all'Iraq, hanno generato una sorta di fondo d'investimento che deve ritornare al Paese in forma d'investimento.
Scontro ministeriale. Blas ha annunciato che adesso verrà messo in ordine il sistema e, in modo retroattivo, verranno restituiti i soldi ai palestinesi. Meno chiaro il meccanismo di sanzione per i funzionari che si sono appropriati di beni palestinesi. Sembra probabile che questi fondi verranno divisi tra vari dicasteri, secondo le singole competenze, per essere poi trasformati in investimenti. Il ministero delle Finanze, nella serata di ieri, ha reso noto che darà battaglia contro la decisione di Blas, ritenendo che la decisione finale spetti al governo di Tel Aviv.
Questo denaro, oltre l'occupazione, è mancato a tutta una serie di infrastrutture che, negli anni, si sono andate deteriorando in Cisgiordania. Un esempio? Le condutture dell'acqua. Uzi Landau, ministro delle Infrastrutture israeliano, ha dichiarato ieri: "Se i palestinesi continuano a scaricare le proprie acqua reflue, inquinando fiumi e falda acquifera, Israele smetterà di aiutarli. I palestinesi - ha continuato Landau - devono collegarsi agli impianti di depurazione, altrimenti daremo loro solo acqua potabile, ma taglieremo quella per uso industriale e agricolo". Il ministro, però, ha sbagliato i conti. Per ottenere una gestione più funzionale della rete idrica basterebbe dare ai palestinesi quello che gli spetta. A quel punto il ministro Landau potrebbe smettere di aiutarli, evitando di derubarli.
Scontro ministeriale. Blas ha annunciato che adesso verrà messo in ordine il sistema e, in modo retroattivo, verranno restituiti i soldi ai palestinesi. Meno chiaro il meccanismo di sanzione per i funzionari che si sono appropriati di beni palestinesi. Sembra probabile che questi fondi verranno divisi tra vari dicasteri, secondo le singole competenze, per essere poi trasformati in investimenti. Il ministero delle Finanze, nella serata di ieri, ha reso noto che darà battaglia contro la decisione di Blas, ritenendo che la decisione finale spetti al governo di Tel Aviv.
Questo denaro, oltre l'occupazione, è mancato a tutta una serie di infrastrutture che, negli anni, si sono andate deteriorando in Cisgiordania. Un esempio? Le condutture dell'acqua. Uzi Landau, ministro delle Infrastrutture israeliano, ha dichiarato ieri: "Se i palestinesi continuano a scaricare le proprie acqua reflue, inquinando fiumi e falda acquifera, Israele smetterà di aiutarli. I palestinesi - ha continuato Landau - devono collegarsi agli impianti di depurazione, altrimenti daremo loro solo acqua potabile, ma taglieremo quella per uso industriale e agricolo". Il ministro, però, ha sbagliato i conti. Per ottenere una gestione più funzionale della rete idrica basterebbe dare ai palestinesi quello che gli spetta. A quel punto il ministro Landau potrebbe smettere di aiutarli, evitando di derubarli.
Christian Elia
mercoledì 7 aprile 2010
Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggio
16:48 | Pubblicato da
Lucia |
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!!! ATTENZIONE L'ARTICOLO CHE VI ACCINGETE A LEGGERE E' CORREDATO DA FOTO CON CONTENUTI MOLTO FORTI ANCHE PER UN PUBBLICO ADULTO !!!
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Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggio
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Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggio
da INFORMAZIONE LIBERA
pubblicato il 7 aprile 2010
di Alessio Fratticcioli
38 minuti che valgono piu’ di tutti i film hollywoodiani sulle mille guerre degli Stati Uniti.
ATTACCO INGIUSTIFICATO - Ma era tutto falso. Da questo video emerge con certezza che l’attacco è stato del tutto ingiustificato. Al contrario di quanto sostenuto dal Pentagono, nessuno degli uomini uccisi stava “intraprendendo un’azione ostile nei confronti delle forze armate statunitensi”. Le vittime sembrano solo passeggiare per la strada. E se uno di loro imbracciava un AK47, a Baghdad la cosa e’ tutto tranne che insolita. Quel che e’ peggio, nelle immagini si vede che dopo aver sparato sul celebre fotogafo di guerra Namir Noor-Eldeen, sul suo autista, Saeed Chmagh, e sul gruppo di persone che erano vicino a loro, gli elicotteri statunitensi hanno sparato anche sui soccorritori. I reporter di WikiLeaks hanno stabilito che l’uomo al volante del Suv che si e’ fermato a prestare soccorso ai feriti era solo un “buon samaritano”. Ma uno dei membri dell’equipaggio dell’elicottero e’ talmente impaziente di poterlo ammazzare che prega per avere il permesso: “Forza, lasciateci sparare!” E’ cosi’ che il buon samaritano e’ stato ammazzato e i suoi due figli, una bambina di quattro anni e un bambino di otto, sono stati gravemente feriti. Anche questo va considerato normale? Anche questo rientra nelle maledette “regole d’ingaggio”?

COLPA LORO - Dal video trapela anche il consueto disprezzo verso gli altri, gli stranieri, i nemici, le vittime, compresi semplici civili e persino bambini. Appena aver sparato agli Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggioiracheni, un soldato americano gode:“Oh yeah, guarda questi bastardi morti!” e si complimenta con il suo compagno: “Bello!”, “bel colpo!”, “grazie!”. Quando poi un veicolo militare passa sopra il corpo di un iracheno morto o gravemente ferito si odono delle vere e proprie risate. Infine, quando i soldati americani trovano i due bambini feriti e sanguinanti all’interno del Suv trivellato di colpi, si sente un soldato dire: “Beh, e’ colpa loro, portano i bambini in battaglia.” La colpa e’ sempre “loro”, mai “nostra”.
COME UN VIDEOGIOCO - Julian Assange, co-fondatore di WikiLeaks, ha sottolineato come l’equipaggio dell’elicottero ha svolto l’azione come se si trattasse di un videogioco e non di vite umane: “Il loro desiderio era semplicemente quello di ammzzare, di ottenere il massimo punteggio in quel gioco elettronico”. Secondo Assange ci sono solo due opzioni: o questi soldati hanno violato le regole d’ingaggio, o queste regole sono “veramente, profondamente sbagliate”. In Iraq, quella che secondo Obama e’ la “guerra cattiva”, la “disgrazia” del 12 luglio 2007 e’ tutt’altro che un eccezione: “Errori” del genere accadono spesso, ma ovviamente non sempre le autorita’ sono disposte ad ammetterlo o vengono rivelate prove schiaccianti come il video in questione.
Basta ricordare che il giorno seguente questa tragedia, un comunicato militare statunitense apparso sul New York Times rese noto che erano stati delle truppe nordamericane erano state colpite da granate e colpi di arma da fuoco, motivo per cui iniziarono la battaglia in cui furono “uccisi nove insorgenti e due civili”. Anche il portavoce delle forze internazionali a iraq war guerra irak Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggioBaghdad, colonnello Scott Bleichwehl, dichiaro’ che “senza ombra di dubbio le forze della coalizione erano impegnate in combattimento contro forze ostili”. Oggi il video mostra che erano tutte menzogne. Semmai, le forze ostili erano quelle statunitensi, che hanno sparato a dei civili iracheni che camminavano per strada nella loro capitale e non hanno avuto pieta’ nemmeno quando gli iracheni erano a terra in una pozza di sangue, feriti, moribondi, chiaramente disarmati e quindi non potevano costituire nessun pericolo per i soldati statunitensi.

LA GUERRA BUONA - La situazione non e’ certo migliore sul secondo fronte asiatico, quello che Obama chiama “guerra buona”: l’Afghanistan. Qui a spiegarci cosa succede e’ lo stesso Stanley McChrystal, comandante supremo delle forze statunitensi in Afghanistan, il quale ha recentemente dichiarato al New York Times che “abbiamo sparato a un numero incredibile di persone e ne abbiamo uccise tante ma, per quanto ne so, nessuna e’ risultata poi essere un vero pericolo”. “Nei nove mesi in cui sono stato qui”, ha dichiarato McChrystal, “in nessun singolo caso in cui ci siamo impegnati in battaglia e abbiamo ucciso qualcuno si e’ poi dimostrato che il veicolo in questione conteneva armi o bombe. Al contrario, in molti casi c’erano dentro famiglie”. Per completare il quadro relativo alla “guerra buona” obamiana in Afghanistan, proprio ieri il New York Times ha confermatoJerome Starkey, corrispondente dall’Afghanistan del Times di Londra, hanno ora ammesso che lo scorso febbraio alcune forze speciali statunitensi hanno ammazzato senza pieta’ tre donne in un raid notturno, per poi estrarre i proiettili dai cadaveri per cercare di nascondere le prove. Starkey ha aggiunto che le forze statunitensi sono costrette a rendere conto delle atrocita’ che commettono solo raramente. un macabro insabbiamento operato dalle forze statunitensi. Gli stessi ufficiali che avevano ripetutamente smentito le dichiarazioni di
NUOVI VIDEO IN ARRIVO - Il mese scorso, WikiLeaks aveva postato i risultati di un’investigazione statunitense proprio riguardo al sito Wikileaks. Il rapporto concludeva che WikiLeaks “rappresenta un potenziale pericolo per l’esercito degli Stati Uniti”. “WikiLeaks.org”, continua il rapporto, “utilizza la fiducia come centro di gravita’, assicurando l’anonimato agli informatori. Identificare, rendere pubblici, licenziare o denunciare gli informatori potrebbe danneggiare o distruggere la credibilita’ di Wikileaks.org e scoraggiare altri a rendere pubbliche le informazioni”. Forse impedire la libera diffusione delle notizie rientra nel progetto di “esportare la democrazia” nel mondo?Nonostante la consueta moderazione reverente dei media italiani nei confronti dello zio Sam, lo scandalo che seguira’ nel mondo e soprattutto in Medio Oriente la diffusione di questo video potrebbe diventare l’ennesimo simbolo per chi si oppone all’arroganza e al militarismo statunitense. Intanto Assange ha dichiarato che su http://www.wikileaks.org/s ta per essere pubblicato un altro video. Trattera’ di un bombardamento statunitense in Afghanistan con le usuali vittime civili. In questo caso 97 persone, tra cui donne e bambini. Omicidi collaterali, ma “secondo le regole d’ingaggio”.
http://www.giornalettismo. com/archives/58219/ammazza ti-cani-secondo-regole/
pubblicato il 7 aprile 2010
di Alessio Fratticcioli
38 minuti che valgono piu’ di tutti i film hollywoodiani sulle mille guerre degli Stati Uniti.
Nel video diffuso da WikiLeaks.org, un sito specializzato nella pubblicazione di documenti secretati, gia’ piu’ di due milioni di internauti hanno assistito a una scena di guerra (o forse i iraq Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggio“delinquenti politici” italiani preferirebbero parlare di un’”operazione di pace”) risalente al 12 luglio 2007 e ambientata nella periferia di Baghdad. Il video mostra chiaramente che almeno uno dei due operatori della Reuters e’ stato ucciso senza pieta’ dopo essere stato ferito. La Reuters aveva più volte cercato di ottenere il video appellandosi al Freedom of Information Act, ma l’esercito americano lo aveva sempre negato, sostenendo che si era trattato di una regolare azione di combattimento e che le vittime erano dei ribelli. Tutto “secondo le regole d’ingaggio”, tant’e’ che l’indagine del Pentagono si è conclusa senza alcun provvedimento per i piloti assassini, come d’abitudine.
COLPA LORO - Dal video trapela anche il consueto disprezzo verso gli altri, gli stranieri, i nemici, le vittime, compresi semplici civili e persino bambini. Appena aver sparato agli Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggioiracheni, un soldato americano gode:“Oh yeah, guarda questi bastardi morti!” e si complimenta con il suo compagno: “Bello!”, “bel colpo!”, “grazie!”. Quando poi un veicolo militare passa sopra il corpo di un iracheno morto o gravemente ferito si odono delle vere e proprie risate. Infine, quando i soldati americani trovano i due bambini feriti e sanguinanti all’interno del Suv trivellato di colpi, si sente un soldato dire: “Beh, e’ colpa loro, portano i bambini in battaglia.” La colpa e’ sempre “loro”, mai “nostra”.
COME UN VIDEOGIOCO - Julian Assange, co-fondatore di WikiLeaks, ha sottolineato come l’equipaggio dell’elicottero ha svolto l’azione come se si trattasse di un videogioco e non di vite umane: “Il loro desiderio era semplicemente quello di ammzzare, di ottenere il massimo punteggio in quel gioco elettronico”. Secondo Assange ci sono solo due opzioni: o questi soldati hanno violato le regole d’ingaggio, o queste regole sono “veramente, profondamente sbagliate”. In Iraq, quella che secondo Obama e’ la “guerra cattiva”, la “disgrazia” del 12 luglio 2007 e’ tutt’altro che un eccezione: “Errori” del genere accadono spesso, ma ovviamente non sempre le autorita’ sono disposte ad ammetterlo o vengono rivelate prove schiaccianti come il video in questione.
Basta ricordare che il giorno seguente questa tragedia, un comunicato militare statunitense apparso sul New York Times rese noto che erano stati delle truppe nordamericane erano state colpite da granate e colpi di arma da fuoco, motivo per cui iniziarono la battaglia in cui furono “uccisi nove insorgenti e due civili”. Anche il portavoce delle forze internazionali a iraq war guerra irak Ammazzati come cani, secondo le regole d’ingaggioBaghdad, colonnello Scott Bleichwehl, dichiaro’ che “senza ombra di dubbio le forze della coalizione erano impegnate in combattimento contro forze ostili”. Oggi il video mostra che erano tutte menzogne. Semmai, le forze ostili erano quelle statunitensi, che hanno sparato a dei civili iracheni che camminavano per strada nella loro capitale e non hanno avuto pieta’ nemmeno quando gli iracheni erano a terra in una pozza di sangue, feriti, moribondi, chiaramente disarmati e quindi non potevano costituire nessun pericolo per i soldati statunitensi.
LA GUERRA BUONA - La situazione non e’ certo migliore sul secondo fronte asiatico, quello che Obama chiama “guerra buona”: l’Afghanistan. Qui a spiegarci cosa succede e’ lo stesso Stanley McChrystal, comandante supremo delle forze statunitensi in Afghanistan, il quale ha recentemente dichiarato al New York Times che “abbiamo sparato a un numero incredibile di persone e ne abbiamo uccise tante ma, per quanto ne so, nessuna e’ risultata poi essere un vero pericolo”. “Nei nove mesi in cui sono stato qui”, ha dichiarato McChrystal, “in nessun singolo caso in cui ci siamo impegnati in battaglia e abbiamo ucciso qualcuno si e’ poi dimostrato che il veicolo in questione conteneva armi o bombe. Al contrario, in molti casi c’erano dentro famiglie”. Per completare il quadro relativo alla “guerra buona” obamiana in Afghanistan, proprio ieri il New York Times ha confermatoJerome Starkey, corrispondente dall’Afghanistan del Times di Londra, hanno ora ammesso che lo scorso febbraio alcune forze speciali statunitensi hanno ammazzato senza pieta’ tre donne in un raid notturno, per poi estrarre i proiettili dai cadaveri per cercare di nascondere le prove. Starkey ha aggiunto che le forze statunitensi sono costrette a rendere conto delle atrocita’ che commettono solo raramente. un macabro insabbiamento operato dalle forze statunitensi. Gli stessi ufficiali che avevano ripetutamente smentito le dichiarazioni di
NUOVI VIDEO IN ARRIVO - Il mese scorso, WikiLeaks aveva postato i risultati di un’investigazione statunitense proprio riguardo al sito Wikileaks. Il rapporto concludeva che WikiLeaks “rappresenta un potenziale pericolo per l’esercito degli Stati Uniti”. “WikiLeaks.org”, continua il rapporto, “utilizza la fiducia come centro di gravita’, assicurando l’anonimato agli informatori. Identificare, rendere pubblici, licenziare o denunciare gli informatori potrebbe danneggiare o distruggere la credibilita’ di Wikileaks.org e scoraggiare altri a rendere pubbliche le informazioni”. Forse impedire la libera diffusione delle notizie rientra nel progetto di “esportare la democrazia” nel mondo?Nonostante la consueta moderazione reverente dei media italiani nei confronti dello zio Sam, lo scandalo che seguira’ nel mondo e soprattutto in Medio Oriente la diffusione di questo video potrebbe diventare l’ennesimo simbolo per chi si oppone all’arroganza e al militarismo statunitense. Intanto Assange ha dichiarato che su http://www.wikileaks.org/s
http://www.giornalettismo.
martedì 6 aprile 2010
Wikileaks rende pubblico un video in cui soldati Usa uccidono deliberatamente dodici civili in Iraq
11:39 | Pubblicato da
Lucia |
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6/4/2010
WikiLeaks, un sito specializzato nella pubblicazione di documenti secretati, ha poche ore fa pubblicato un video segreto (che potete vedere nella home page di PeaceReporter) dell'esercito degli Stati Uniti d'America girato nel 2007 da un elicottero durante una operazione militare nella periferia di Baghdad. L'elicottero ha sparato e ucciso dodici civili tra cui due operatori della agenzia di stampa Reuters. Nell'azione ripresa dallo stesso elicottero, furono feriti due bambini. L'agenzia di stampa aveva provato ad ottenere il materiale video, ma inutilmente. Il video mostra chiaramente che gli operatori della Reuters sono stati uccisi dopo che erano già stati feriti. Nell'azione, anche due bambini erano stati feriti gravemente. Per approfondimenti, www.collateralmurder.com.
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Collateral Murder
Overview
5th April 2010 10:44 EST WikiLeaks has released a classified US military video depicting the indiscriminate slaying of over a dozen people in the Iraqi suburb of New Baghdad -- including two Reuters news staff.
Reuters has been trying to obtain the video through the Freedom of Information Act, without success since the time of the attack. The video, shot from an Apache helicopter gun-site, clearly shows the unprovoked slaying of a wounded Reuters employee and his rescuers. Two young children involved in the rescue were also seriously wounded.
The military did not reveal how the Reuters staff were killed, and stated that they did not know how the children were injured.
After demands by Reuters, the incident was investigated and the U.S. military concluded that the actions of the soldiers were in accordance with the law of armed conflict and its own "Rules of Engagement".
Consequently, WikiLeaks has released the classified Rules of Engagement for 2006, 2007 and 2008, revealing these rules before, during, and after the killings.
WikiLeaks has released both the original 38 minutes video and a shorter version with an initial analysis. Subtitles have been added to both versions from the radio transmissions.
WikiLeaks obtained this video as well as supporting documents from a number of military whistleblowers. WikiLeaks goes to great lengths to verify the authenticity of the information it receives. We have analyzed the information about this incident from a variety of source material. We have spoken to witnesses and journalists directly involved in the incident.
WikiLeaks wants to ensure that all the leaked information it receives gets the attention it deserves. In this particular case, some of the people killed were journalists that were simply doing their jobs: putting their lives at risk in order to report on war. Iraq is a very dangerous place for journalists: from 2003- 2009, 139 journalists were killed while doing their work.
mercoledì 31 marzo 2010
La banalità del male
12:29 | Pubblicato da
Lucia |
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La banalità del male
da micromega-online
di Roberta De MonticelliParlo a chi si è svegliato ieri mattina con la morte civile nel cuore. La disperazione civile, per essere più esatti. Sotto i nostri occhi il trionfo di uomini e donne il cui massimo ideale morale suona, urlato sulle piazze: “via le mani dalle nostre tasche”. Il cui primo concetto si esprime, in grevi lingue locali: “padroni a casa nostra”. Uomini e donne che plaudono alla libertà del malaffare, che trovano normale distribuire a figli e amanti cariche e risorse pubbliche, normale umiliare il mestiere dell’informazione fino a farne fabbrica di menzogne o di indifferenza alla distinzione fra il vero e il falso, normale sputare sui principi costitutivi di uno stato di diritto, laico e democratico.
Non di questo però voglio parlare, ma di un fatto – se è un fatto – che di tutto questo riassume e concentra in sé la pura essenza, anzi l’impura, mediocre essenza, mista di incoscienza e ignavia: le forze del nulla. Voglio parlare della ragazzina abusata in classe, in una scuola media di Salò, nell’assoluta omertà dei suoi compagni e delle sue amiche, e sotto lo sguardo indifferente del professore. Di questo professore voglio parlare, in primo luogo. Che continua a fare lezione, come se nulla fosse, fingendo di non accorgersi del trambusto, delle risate, del dolore, dell’orrore lì a pochi metri, in fondo alla classe. Come definire questo comportamento? Lasciamo stare il risvolto penale, l’omissione di soccorso e di esercizio della propria autorità di pubblico ufficiale e di insegnante.
Restiamo ai termini morali. Come definirlo? Irresponsabile? Vile? Infame? Gli aggettivi non bastano e non dicono. C’è di più e di meno, c’è quel nulla indicibile che rende inadeguato ogni aggettivo: non so, non vedo, non ci sono, non me ne frega niente. In secondo luogo, dei ragazzi e delle ragazze voglio parlare: che ridevano, o tacevano, e coprivano i violenti. Come definirli? Hanno a tal punto la mafia nel sangue, i ragazzi di questo Paese, a dodici anni? A tal punto l’omertà è nei loro geni, che perfino le amiche della ragazza stanno zitte invece di urlare contro lo schifo, la vergogna, l’orrore?
Anche qui gli aggettivi non dicono giusto. Perché non sono fatti per dire il nulla, il non: dell’indifferenza, dell’ignoranza, dell’inconsapevolezza senza fine e senza rimedio. E infine della ragazzina abusata, voglio parlare, che subisce tutto senza rivoltarsi, e poi scrive alla madre: “scusa, ho fatto una cosa schifosa, non voglio più vivere”. Come definire questo comportamento? Silenzio dell’innocente, oscena complicità con il male che si subisce, o tremenda indistinzione fra dolore e colpa, fra impotenza e violenza, fra l’ignobile e il giusto?
No, gli aggettivi non dicono il non che il fascismo rimasto attaccato alla nostra lingua dice invece così bene: me ne frego, ti frego e ne godo, sono fregato. E non ce ne frega niente.
Ma la situazione dice tutto, liscia come uno specchio. Quel professore, siamo noi. Molti di noi che avrebbero sapere e autorità per intervenire e denunciare, e continuano a fare la loro lezione, invece. Quei ragazzi, quelle ragazze, perdutamente inconsapevoli del destino di servitù che ha già divorato l’anima loro, siamo noi, noi che abusiamo della povera vita del nostro prossimo ghignando di soddisfazione, noi che alziamo le spalle per marcare la nostra indifferenza, e di fronte ad abusatori ed abusati diciamo: “sono tutti uguali”.
Quella ragazzina violata e sospesa dalla scuola insieme con i colpevoli siamo noi. E’ questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.
(31 marzo 2010)
La Gelmini cancella la Resistenza. L’Ass. Partigiani (Anpi): una vergogna
10:53 | Pubblicato da
Lucia |
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La Gelmini cancella la Resistenza. L’Ass. Partigiani (Anpi): una vergogna.
Roma.indymedia.org
Semplicemente non c'è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell'epoca contemporanea, dall'analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l'inizio della società di massa...«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l'Onu), la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio».
Articolo originale - Italia Oggi
Roma.indymedia.org
autore:
Alessandra Ricciardi
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio».
Articolo originale - Italia Oggi
Sindacato Polizia: espulsioni non colpiscono criminali, ma vittime
10:49 | Pubblicato da
Lucia |
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Sindacato Polizia: espulsioni non colpiscono criminali, ma vittime
MondoRaro, an independent free magazine from UK | IT and Worldwide News
‘Magari espellessimo i veri criminali, sempre piu’ spesso riaccompagniamo alla frontiera lavoratori irregolari, a volte denunciati da italiani che vorrebbero il loro posto di lavoro. Questo tipo denunce, con la crisi economica, sono cresciute’. Lo afferma Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp, in un’intervista pubblicata oggi su www.stranieriinitalia.it, il portale dell’immigrazione.
‘Paradossalmente – spiega Romano – riusciamo ad identificare ed espellere molto piu’ facilmente i cittadini stranieri che sono arrivati regolarmente in Italia, avevano un permesso di soggiorno, ma poi con la crisi e per la complessita’ della legge sull’immigrazione hanno perso il lavoro e il permesso. Con chi e’ arrivato irregolarmente e’ molto piu’ difficile’.
Il segretario del Siulp denuncia poi la mancanza di fondi per gli accompagnamenti alle frontiera. ‘Sono mesi – racconta – che i poliziotti anticipano i soldi per gli accompagnamenti alla frontiera, da quelle per l’albergo a quelle per i pasti. In Trentino, non appena i poliziotti hanno detto basta, sono stati annullati servizi gia’ predisposti’.
MondoRaro, an independent free magazine from UK | IT and Worldwide News
‘Magari espellessimo i veri criminali, sempre piu’ spesso riaccompagniamo alla frontiera lavoratori irregolari, a volte denunciati da italiani che vorrebbero il loro posto di lavoro. Questo tipo denunce, con la crisi economica, sono cresciute’. Lo afferma Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp, in un’intervista pubblicata oggi su www.stranieriinitalia.it, il portale dell’immigrazione.
‘Paradossalmente – spiega Romano – riusciamo ad identificare ed espellere molto piu’ facilmente i cittadini stranieri che sono arrivati regolarmente in Italia, avevano un permesso di soggiorno, ma poi con la crisi e per la complessita’ della legge sull’immigrazione hanno perso il lavoro e il permesso. Con chi e’ arrivato irregolarmente e’ molto piu’ difficile’.
Il segretario del Siulp denuncia poi la mancanza di fondi per gli accompagnamenti alle frontiera. ‘Sono mesi – racconta – che i poliziotti anticipano i soldi per gli accompagnamenti alla frontiera, da quelle per l’albergo a quelle per i pasti. In Trentino, non appena i poliziotti hanno detto basta, sono stati annullati servizi gia’ predisposti’.
giovedì 14 gennaio 2010
Sciopero bianco contro il razzismo
22:33 | Pubblicato da
Lucia |
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da Peace Reporter
12/01/2010Il primo di marzo deve per forza essere una data importante. Perché, semplicemente, non si può continuare ad essere indifferenti. A tante cose, certamente, siete indifferenti. Ma la peggiore di tutte è il razzismo.
Volete gli immigrati per raccogliere gli agrumi e poi li fate vivere con i topi, volete gli immigrati di notte per fare i turni in fabbrica, ma non volete i loro bambini di giorno; volete gli immigrati perché si arrampichino per due lire sulle impalcature per rifare le facciate delle vostre case, o per costruirvene di più nuove e di più belle, e riservate loro delle luride stanze a cinquecento euro al mese a posto letto. Volete donne che puliscano il culo e che si prendano cura dei vostri vecchi e dei vostri bambini, ma non volete metterle in condizioni di curare loro stesse, e le lasciate morire perché han paura di andare in ospedale.
"Camminando in città come Milano per le vie del centro, e io lo faccio, per il numero di persone non italiane sembra di essere non in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo noi non lo accettiamo, dovevamo intervenire con azioni di respingimento". Lo ha detto il primo ministro di questa "repubblica" che il prossimo 19 gennaio sarà condannata dalla corte europea proprio per la politica dei cosiddetti respingimenti.
Signor Berlusconi, signor Maroni, signor Napolitano, signori e signore che sedete sulle poltrone del parlamento e dei ministeri, avete tradito non solo la Costituzione di questo Paese, non solo gli ideali della rivoluzione borghese di Francia, ma finanche le basi della società occidentale. E verrà il giorno in cui sarete ripudiati.
Per questo PeaceReporter ha scelto di sostenere con tutte le sue poche forze la mobilitazione del primo marzo. Diventandone megafono, per raccontare le storie che milioni di persone soffrono in questi tristi anni di regressione della nostra civiltà.
Ma per questo vogliamo rilanciare, proponendo a tutti i lavoratori italiani (indipendentemente dalle sigle sindacali a cui appartengono, sempre che vi appartengano) di aderire alla giornata di protesta degli immigrati. Non astenendosi dal lavoro, ma con lo strumento dello sciopero bianco. Devolvendo la giornata di lavoro, o anche solo due ore, a chi concretamente supplisce alle vergognose carenze dello Stato italiano.
Io devolverò la paga della mia giornata per sostenere il poliambulatorio di Palermo di Emergency, e in generale il progetto che vuole l'associazione impegnata in Italia e non solo all'estero. Ma ognuno scelga quello che ritiene. Il gesto però crediamo che vada fatto. Un gesto importante, ancor più significativo in un momento di crisi come questo, che può dare voce, forza e coraggio a chi cerca ostinatamente di costruire una società più giusta. Per noi che siamo nati qui, non solo per coloro che sono stati costretti a raggiungerci.
Su questa idea esiste un gruppo di Facebook.
Volete gli immigrati per raccogliere gli agrumi e poi li fate vivere con i topi, volete gli immigrati di notte per fare i turni in fabbrica, ma non volete i loro bambini di giorno; volete gli immigrati perché si arrampichino per due lire sulle impalcature per rifare le facciate delle vostre case, o per costruirvene di più nuove e di più belle, e riservate loro delle luride stanze a cinquecento euro al mese a posto letto. Volete donne che puliscano il culo e che si prendano cura dei vostri vecchi e dei vostri bambini, ma non volete metterle in condizioni di curare loro stesse, e le lasciate morire perché han paura di andare in ospedale.
"Camminando in città come Milano per le vie del centro, e io lo faccio, per il numero di persone non italiane sembra di essere non in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo noi non lo accettiamo, dovevamo intervenire con azioni di respingimento". Lo ha detto il primo ministro di questa "repubblica" che il prossimo 19 gennaio sarà condannata dalla corte europea proprio per la politica dei cosiddetti respingimenti.
Signor Berlusconi, signor Maroni, signor Napolitano, signori e signore che sedete sulle poltrone del parlamento e dei ministeri, avete tradito non solo la Costituzione di questo Paese, non solo gli ideali della rivoluzione borghese di Francia, ma finanche le basi della società occidentale. E verrà il giorno in cui sarete ripudiati.
Per questo PeaceReporter ha scelto di sostenere con tutte le sue poche forze la mobilitazione del primo marzo. Diventandone megafono, per raccontare le storie che milioni di persone soffrono in questi tristi anni di regressione della nostra civiltà.
Ma per questo vogliamo rilanciare, proponendo a tutti i lavoratori italiani (indipendentemente dalle sigle sindacali a cui appartengono, sempre che vi appartengano) di aderire alla giornata di protesta degli immigrati. Non astenendosi dal lavoro, ma con lo strumento dello sciopero bianco. Devolvendo la giornata di lavoro, o anche solo due ore, a chi concretamente supplisce alle vergognose carenze dello Stato italiano.
Io devolverò la paga della mia giornata per sostenere il poliambulatorio di Palermo di Emergency, e in generale il progetto che vuole l'associazione impegnata in Italia e non solo all'estero. Ma ognuno scelga quello che ritiene. Il gesto però crediamo che vada fatto. Un gesto importante, ancor più significativo in un momento di crisi come questo, che può dare voce, forza e coraggio a chi cerca ostinatamente di costruire una società più giusta. Per noi che siamo nati qui, non solo per coloro che sono stati costretti a raggiungerci.
Su questa idea esiste un gruppo di Facebook.
Maso Notarianni
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L'immagine in alto è Quinto Stato di Mario Ceroli, 1984
(Foto di Aurelio Amendola)
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L'immagine in alto è Quinto Stato di Mario Ceroli, 1984
(Foto di Aurelio Amendola)
martedì 12 gennaio 2010
Learning from Europe - Imparando dall'Europa
21:45 | Pubblicato da
Lucia |
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"L’Europa è molto spesso presa a esempio e monito, a dimostrazione che cercare di rendere meno crudele l’economia e prendersi cura dei cittadini quando sono colpiti dalla sventura puoi significare arrestare il progresso economico. Di fatto, l’esperienza europea ci insegna esattamente il contrario: la giustizia sociale e il progresso possono procedere di pari passo."
Se a dirlo è un premio Nobel per l'economia e dalle colonne del The New York Times speriamo che sia vero e che anche noi del vecchio continente e i nostri vari e variegati politici lo si tenga sempre ben presente.
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L'Europa non è poi così male
pubblicato il 12 gennatio 2010 | The New York Times
Frankcoforte, simbolo del capitalismo all'europea (Wolfgang Staudt)
Mentre gli oppositori della riforma sanitaria accusano Barack Obama di voler imporre la socialdemocrazia a Washington, il premio Nobel per l'economia Paul Krugman difende il modello europeo tanto odiato dai conservatori statunitensi.Strano a dirsi, però, ciò che tutti sanno non è affatto vero. L’Europa ha i suoi problemi economici, certo, e chi non ne ha, del resto? Ma ciò che si sente dire incessantemente dell’Europa - della sua economia stagnante in cui alte tasse e generosi benefit sociali hanno compromesso gli stimoli e paralizzato la crescita e l’innovazione - ha ben poco in comune con la realtà, indiscutibilmente e sorprendentemente positiva. La lezione europea è esattamente il contrario di ciò che i conservatori credono: l’Europa è un successo economico, e quel successo dimostra che la socialdemocrazia funziona.
A dirla tutta, il successo economico europeo dovrebbe essere ovvio ed evidente, anche senza ricorrere alle statistiche. Mi rivolgo agli americani che hanno visitato Parigi: vi è parsa forse una città povera e arretrata? E che dire di Francoforte o Londra? Bisogna sempre ricordare che quando si deve scegliere se dar retta alle statistiche economiche ufficiali o ai propri ingannevoli occhi, sono questi ultimi a spuntarla.
Una crescita differente
In ogni caso, le statistiche non possono che confermare l'osservazione. È vero che l’economia statunitense è cresciuta più rapidamente di quella europea nella generazione passata. Dal 1980 – quando la nostra politica ha svoltato bruscamente verso destra, diversamente dall’Europa – il prodotto interno lordo reale americano è cresciuto, mediamente, del 3 per cento annuo. Nel frattempo l’Ue-15 – il blocco di 15 paesi che appartenevano all’Unione Europea prima del suo allargamento – è cresciuto soltanto del 2,2 per cento annuo. L’America ha vinto!
O forse no: questo dato infatti significa soltanto che noi abbiamo avuto una più rapida crescita della popolazione. Dal 1980 il prodotto interno lordo pro-capite reale – ciò che più conta davvero, in funzione degli standard di vita – è salito più o meno della stessa percentuale sia in America sia nell’Ue-15, del 1,95 per cento qui, dell’1,83 per cento in Europa. E che dire della tecnologia? Alla fine degli anni novanta si poteva sostenere che la rivoluzione nelle tecnologie informatiche avesse solo sfiorato l’Europa. E invece l’Europa ha recuperato, e su più fronti. La banda larga, in particolare, è diffusa tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, con la sola differenza che in Europa è molto più veloce e a buon mercato.
L’occupazione? In questo settore l’America ha performance indubbiamente migliori. I tassi di disoccupazione in Europa sono di solito molto più alti di quelli americani, e la percentuale della popolazione occupata è inferiore. Detto ciò, se avete in mente milioni di adulti in età da lavoro che se ne stanno con le mani in mano e vivono di sussidi, fareste bene a cambiare idea: nel 2008 nell’Ue-15 c’era un’occupazione dell’80 per cento degli adulti di età compresa tra 25 e 54 anni (l’83 per cento in Francia). La percentuale è più o meno la stessa negli Stati Uniti. Gli europei sono solo meno propensi a lavorare quando sono molto giovani o molto anziani. Ma siamo così sicuri che sia proprio un’ idea malvagia? Oltretutto, gli europei sono alquanto produttivi: lavorano un numero inferiore di ore, ma in Francia e in Germania il loro indice di produttività è vicino ai livelli statunitensi.
Avversione ideologica
Non che l’Europa sia un’utopia. Come gli Stati Uniti, anch'essa sta avendo problemi a uscire dall’attuale crisi finanziaria. Come quelle statunitensi, anche le grandi nazioni europee devono far fronte a gravi problemi fiscali che perdurano da tempo e come i singoli stati degli Stati Uniti anche alcuni paesi europei vacillano sull’orlo della crisi fiscale (la California è oggi la Grecia americana, in senso negativo naturalmente). Se però consideriamo le cose da una prospettiva a lungo tempo, l’economia europea funziona e cresce tutto sommato come la nostra.
Allora perché tanti sapientoni hanno un’immagine così diversa dell’Europa? Perché secondo il dogma economico prevalente in questo paese la socialdemocrazia di stampo europeo dovrebbe essere un disastro completo. E la gente tende a vedere soltanto ciò che vuole vedere. Dopo tutto, se i rapporti sul crollo economico europeo sono enormemente esagerati, i rapporti sulle sue alte tasse e i suoi generosi benefit non lo sono affatto. Le tasse nelle più importanti nazioni europee vanno dal 36 al 44 per cento del pil, rispetto al 28 degli Stati Uniti, ma l’assistenza sanitaria universale è appunto universale e la spesa sociale è decisamente superiore a quanto sia qui in America.
L’Europa è molto spesso presa a esempio e monito, a dimostrazione che cercare di rendere meno crudele l’economia e prendersi cura dei cittadini quando sono colpiti dalla sventura puoi significare arrestare il progresso economico. Di fatto, l’esperienza europea ci insegna esattamente il contrario: la giustizia sociale e il progresso possono procedere di pari passo. (ab)
Paul Krugman
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Inserisco di seguito l'articolo originale. (link)
Learning From Europe
By PAUL KRUGMAN
Published: January 10, 2010
As health care reform nears the finish line, there is much wailing and rending of garments among conservatives. And I’m not just talking about the tea partiers. Even calmer conservatives have been issuing dire warnings that Obamacare will turn America into a European-style social democracy. And everyone knows that Europe has lost all its economic dynamism.
Actually, Europe’s economic success should be obvious even without statistics. For those Americans who have visited Paris: did it look poor and backward? What about Frankfurt or London? You should always bear in mind that when the question is which to believe — official economic statistics or your own lying eyes — the eyes have it.
In any case, the statistics confirm what the eyes see.
It’s true that the U.S. economy has grown faster than that of Europe for the past generation. Since 1980 — when our politics took a sharp turn to the right, while Europe’s didn’t — America’s real G.D.P. has grown, on average, 3 percent per year. Meanwhile, the E.U. 15 — the bloc of 15 countries that were members of the European Union before it was enlarged to include a number of former Communist nations — has grown only 2.2 percent a year. America rules!
Or maybe not. All this really says is that we’ve had faster population growth. Since 1980, per capita real G.D.P. — which is what matters for living standards — has risen at about the same rate in America and in the E.U. 15: 1.95 percent a year here; 1.83 percent there.
What about technology? In the late 1990s you could argue that the revolution in information technology was passing Europe by. But Europe has since caught up in many ways. Broadband, in particular, is just about as widespread in Europe as it is in the United States, and it’s much faster and cheaper.
And what about jobs? Here America arguably does better: European unemployment rates are usually substantially higher than the rate here, and the employed fraction of the population lower. But if your vision is of millions of prime-working-age adults sitting idle, living on the dole, think again. In 2008, 80 percent of adults aged 25 to 54 in the E.U. 15 were employed (and 83 percent in France). That’s about the same as in the United States. Europeans are less likely than we are to work when young or old, but is that entirely a bad thing?
And Europeans are quite productive, too: they work fewer hours, but output per hour in France and Germany is close to U.S. levels.
The point isn’t that Europe is utopia. Like the United States, it’s having trouble grappling with the current financial crisis. Like the United States, Europe’s big nations face serious long-run fiscal issues — and like some individual U.S. states, some European countries are teetering on the edge of fiscal crisis. (Sacramento is now the Athens of America — in a bad way.) But taking the longer view, the European economy works; it grows; it’s as dynamic, all in all, as our own.
So why do we get such a different picture from many pundits? Because according to the prevailing economic dogma in this country — and I’m talking here about many Democrats as well as essentially all Republicans — European-style social democracy should be an utter disaster. And people tend to see what they want to see.
After all, while reports of Europe’s economic demise are greatly exaggerated, reports of its high taxes and generous benefits aren’t. Taxes in major European nations range from 36 to 44 percent of G.D.P., compared with 28 in the United States. Universal health care is, well, universal. Social expenditure is vastly higher than it is here.
So if there were anything to the economic assumptions that dominate U.S. public discussion — above all, the belief that even modestly higher taxes on the rich and benefits for the less well off would drastically undermine incentives to work, invest and innovate — Europe would be the stagnant, decaying economy of legend. But it isn’t.
Europe is often held up as a cautionary tale, a demonstration that if you try to make the economy less brutal, to take better care of your fellow citizens when they’re down on their luck, you end up killing economic progress. But what European experience actually demonstrates is the opposite: social justice and progress can go hand in hand.
lunedì 11 gennaio 2010
In burqua o in bikini?
14:32 | Pubblicato da
Lucia |
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Al liceo scrissi per un compito in classe un articolo che doveva avere come argomento il ruolo della donna nella società, insomma il solito tema che prima o poi tutti nella nostra carriera scolastica ci siamo trovati a dover affrontare. Non ricordo bene il testo o le argomentazioni che espressi nel medesimo, ma ho ancora davanti agli occhi il titolo: “In burqua o in bikini?”. La professoressa, femminista convinta ex-sessantottina ormai pantera dal tacco a stiletto, ne rimase decisamente perplessa, sosteneva che il paragone, quei due indumenti tanto differenti quanto esterofili nei nomi messi vicini dessero fastidio più allo sguardo che alle coscienze.
Ricordo ancora la mia soddisfazione nel lasciarlo tale e la rinnovata voglia di spiegarlo nel testo, perché alla fine lo scrissi allora e lo ripeto oggi (e non posso nemmeno considerare originale la mia idea) una donna è sovente quello che le impongono più o meno velatamente di indossare.
Se per essere ministre è necessario rinunciare alla minigonna e convertirsi al tailleur o al twin set con filo di perle, per essere castissimo angelo del focolare serve un'altra maschera e per essere piacenti si finisce per essere nude.
Alla fine che si scelga per i nostri presunti comodi la carta con cui rivestirci o sia il padre, il marito, il fidanzato, il fratello o il datore di lavoro a farlo per noi, quella che dovrebbe essere una semplice patina, quello che dovrebbe essere involucro va ad essere l'essenza con cui ci presentiamo al mondo, diventiamo carne.
Una donna si valuta al chilo, forse al grammo, è un corpo che deve avere quella quantità precisa di adipe necessaria, sia per accettarsi e dicono stare bene con se stessa, che per essere, “stranamente”, l'incarnazione dei desideri di un uomo. Donna è quello che resta da quei centimetri a geometria variabile che un uomo ha fra le gambe , senza aver compiuto nessun tipo di sforzo o dimostrato particolari abilità.
Con tutto il rispetto per il sistema metrico decimale questo è decisamente riduttivo e lo è anche continuare a sostenere che la colpa sia delle donne e della loro rivoluzione sessuale portata avanti a metà, cioè attraverso un'acquisizione di quei modelli maschili che prima criticavano perché aberranti. Se viene maltrattata, picchiata o violentata alla fin fine è perché ha provocato, se è diventata un ibrido senza genere con fattezze di bambola e spigoli mentali da uomo è perché ha fallito il suo processo di emancipazione, insomma indipendentemente dal punto da cui si osserva questo oggetto che dell'individuo ha più ben poco, l'unico elemento costante ed evidente è il suo essere colpevole.
In questa identificazione, accettazione della colpa “finalmente” l'uomo e la donna si incontrano, trovano un terreno comune in cui proclamare le vittorie del primo e le sconfitte della seconda.
Intanto mentre ancora all'orecchio mi giungono voci di plauso e desiderio per le quote rosa, e mi accingo a spiegare per l'ennesima volta che quello che pretendo è il merito tanto per l'uomo che per la donna (dato che a sedere in parlamento sono i cittadini, non i panda), oltralpe parlano, scrivono e fortunatamente “filosofeggiano” su come “[...] un uomo, in quanto essere razionale, lo è solo se incarnato.”
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da Peace Reporter
9 gennaio 2010
9 gennaio 2010
La Marzano è stata inserita dal Nouvel Observateur fra i cinquanta intellettuali maggiormente influenti in Francia
Scritto per noi da
Linda Chiaramonte
Ha un grande dono Michela Marzano, giovane filosofa italiana professore associato all'Università di Parigi, inserita da Le Nouvel Observateur tra i cinquanta intellettuali più influenti in Francia, quello di rendere semplice la filosofia anche ai non addetti ai lavori e di trasmetterla con grande passione. Accolta da una platea molto numerosa accorsa qualche giorno fa alla sua lezione magistrale tenuta a Bologna, nell'ambito di Gender Bender (festival dedicato alle rappresentazioni del corpo e ai lavori che si occupano delle identità di genere e di orientamento sessuale) che quest'anno si occupa del corpo femminile e intitolato Colpo di grazia. Gender Bender infrange il mito della donna in vetrina. Chi meglio di Michela Marzano, curatrice del Dictionnaire du corps composto da trecento voci, già uscito in Francia e atteso in Italia nel 2010, poteva affrontare il tema dell'identità femminile contemporanea e le sue rappresentazioni sui media e nella società. Argomento molto dibattuto negli ultimi tempi, tanto da far mobilitare alcune pensatrici, fra cui la stessa Marzano che, insieme a Nadia Urbinati e Barbara Spinelli, dalle colonne del quotidiano La Repubblica ha lanciato un appello alle donne in risposta alle offese del premier a Rosy Bindi. La Marzano ha catturato l'attenzione del pubblico su questioni legate ai modelli femminili, spesso schiacciati da stereotipi che le vorrebbero schiave dell'immagine e dell'apparenza. Combattute fra la coscienza del proprio corpo e la negazione dei limiti che impongono allo stesso di non accettare i segni imposti dall'età e dalla malattia in nome di una sorta di onnipotenza che spesso le trasforma in oggetti e merce di scambio. In apertura del suo intervento la Marzano ha commentato il titolo infrangere il mito delle donna in vetrina "solo così" dice "si esce dalla prigione in cui ci si trova, dove il corpo è ridotto a merce di scambio o prigione del silenzio. Il fine del mio discorso è dimostrare l'importanza del pensiero critico, dell'analisi, della presa di parola. Fra gli scopi della filosofia del corpo c'è quello che la riflessione diventi incarnata superando la divisione anima corpo". "La tendenza" continua la Marzano "è pensare che la filosofia debba occuparsi solo di spirito, ma l'uomo, in quanto essere razionale, lo è solo se incarnato. È necessario uscire dal mito secondo cui uomini e donne sono esseri razionali disincarnati". La giovane filosofa porta avanti, come lei lo definisce, "un pensiero che balbetta, che non ha certezze, né verità assolute, ma verità incarnate appunto". Pone l'accento su "categorie che non si devono opporre, ma conciliare, vale per le dicotomie anima/corpo, uomo/donna, pubblico/privato". La Marzano indica una via da seguire "rinaturalizzare il corpo per giungere ad una vulnerabilità che si confronti con i limiti". La pensatrice si chiede quale posto occupi l'immagine nella nostra società consumistica, "il corpo" dice "è in bilico tra essere/apparire, specchio/maschera, essere/avere. Il corpo specchio mostra parte del proprio essere, ma può essere anche specchio infedele che nasconde ciò che siamo profondamente". Parla di "donne in difficoltà soprattutto in Italia dove la società è ancora arcaica e machista e si chiede se "è libertà trasformare il proprio corpo in risorsa-merce". Abbiamo incontrato Michela Marzano e le abbiamo rivolto alcune domande.
Dove sono finite le battaglie delle femministe?
Eh... (sospira e fa una pausa, ndr). Non lo so. È questo il problema. È come se in questi ultimi 15 anni ci fosse stato un cedimento da parte delle donne, come se si fossero progressivamente addormentate senza rendersi conto che le lotte devono continuare. Appena si abbassa la guardia il pericolo è dietro l'angolo. C'è sempre il rischio di una regressione, di perdere delle conquiste importanti. In Italia, rispetto alla Francia, la situazione sembra particolarmente preoccupante, non mi spiego come mai non ci sia stata una trasmissione di valori, è come se qualcosa si fosse rotto a livello generazionale.
Di chi sono figlie queste donne?
Di chi "siamo" figlie? Di donne che si sono impegnate e poi hanno pensato che la situazione fosse stata definitivamente risolta mentre non era così. Ho 40 anni e le mie coetanee sono cresciute con l'idea che ci fosse una parità e che niente fosse definitivamente conquistato, ma si dovesse continuare ad impegnarsi, con la speranza che questo desse dei frutti. Se osservo le giovani donne di oggi, le ragazze di 20 anni, sono spaventata. Ho la sensazione che non si pongano più una serie di questioni. È come se tutto dovesse restare com'è, e che l'aspirazione più grande fosse quella di andare in tv e diventare una velina. Questo per me rimane un mistero.
Paradossalmente crede che fossero migliori i tempi delle nostre madri?
La situazione era molto difficile negli anni '60, non so se le donne stessero meglio allora rispetto ad oggi, hanno fatto delle lotte straordinarie che hanno dato dei risultati. Ciò che è triste oggi è la sensazione che queste lotte non continuino e che la famosa uguaglianza reale a cui si aspirava non sia ancora stata raggiunta. La situazione delle donne di oggi è di frustrazione. C'erano tante speranze e molte di queste non si sono realizzate.
Cosa servirebbe ora, dopo il successo dell'appello, un movimento, scendere in piazza?
Secondo me bisogna tornare ai fondamentali, è una questione di educazione. Noi tutte ci dobbiamo mobilitare in quanto insegnanti. È una questione culturale di trasmissione di valori, conquiste, lotte. Negli ultimi anni il vero problema in Italia è stato un crollo culturale, educativo e di trasmissione. Oggi si raccolgono i miseri frutti di una società che ha creduto non fosse più importante mettere l'accento su valori come la formazione e la cultura, su tutto quello che è considerato inutile, come la letteratura, la filosofia. Si insegue un risultato immediato, contano le formazioni tecniche, si deve avere tutto a breve termine e ciò che implica una riflessione o un approfondimento a lungo termine, non interessa.
Uno slogan femminista degli anni '70 è stato "io sono mia". Non crede forse che oggi se ne sia travisato il senso, facendo un uso del corpo come oggetto?
È come se in Italia ci fosse una spaccatura tra due modi di vedere il ruolo della donna e i diritti, da un lato la società patriarcale, machista, tradizionale, dall'altro una posizione che definirei libertaria. Mi spiego meglio, da un lato la società machista e vecchio stile, come se ancora una volta fossero gli uomini gli unici in grado di decidere su una serie di questioni. Abbiamo visto l'estate scorsa cos'è successo intorno alla pillola RU486. Sono stati soprattutto gli uomini a prendere la parola e a spiegare alle donne quello che dovevano o non dovevano fare. Le donne sono state relativamente poco ascoltate e hanno preso poco la parola. Questo mostra come lo spazio dato alla donna per potersi affermare e spiegare su ciò che la riguarda direttamente, come la questione dell'aborto, sia minimo. Dall'altro lato ci sono posizioni che chiamo libertarie che tendono a teorizzare un'esistenza di una libertà assoluta che non esiste. La libertà va sempre contestualizzata. Ci sono una serie di condizioni socio-economiche e psicologiche che influenzano le scelte particolari. Come fare a riflettere sulla questione della libertà senza metterla in rapporto ad uguaglianza e solidarietà? Per poter uscire da questa impasse bisognerebbe riflettere sulla libertà, il corpo è mio, certo, io ho il mio corpo, ma io sono anche il mio corpo, non devo credere che sia una semplice proprietà, altrimenti si giungerebbe all'estremo di posizioni libertarie che giustificano il fatto che una persona priva di mezzi di sostentamento possa vendere gli organi. Lo sforzo per costruire una società giusta è arrivare a pensare insieme libertà, uguaglianza, solidarietà.
È d'accordo con la tendenza di alcune intellettuali e pensatrici di dare alle donne parte della responsabilità di una società machista, o crede sia un'altra colpa che ci addossiamo?
Credo sia un'altra colpa che ci addossiamo. Basta con i mea culpa, non si possono accusare le giovani di 20 anni di non aver preso posizione o di non prenderne quando si sa che fin da bambine le uniche cose che hanno visto e letto proponevano un modello stereotipato dal quale è difficile prendere distanza se non si hanno gli strumenti critici. Invece di colpevolizzarsi ancora una volta, cerchiamo di andare oltre, invece di accusarsi reciprocamente proviamo a costruire qualcosa insieme per il futuro e dare alle nuove generazioni la possibilità di staccarsi da queste norme, queste immagini, da una cultura maschilista invece che considerare che sono sempre le donne le responsabili.
Come s'inserisce il suo intervento nell'ambito del Festival?
Vorrei spiegare l'importanza oggi, per donne e uomini, di un pensiero incarnato che considera la fragilità della condizione umana, un pensiero che passa attraverso il corpo. Un messaggio che dovrebbe permettere a tutti di poter riflettere su se stessi in maniera non astratta.
Nell'appello che ha lanciato si parla di "ubbidienza e avvenenza" che "diventano come un burqa gettato sul corpo femminile". Un burqa metaforico mentre si discute molto di burqa reale. Ci spiega meglio?
In Francia il velo è sempre più presente. Ci si chiede perché molte giovani donne, che spesso vengono da una cultura non islamista, non solo si convertono all'Islam, ma scelgono la forma più radicale. Come mai donne che dovrebbero mobilitarsi per la loro libertà preferiscono segregarsi, nascondersi dallo sguardo della società piuttosto che scendere in piazza per manifestare? Cosa sta succedendo nelle nostre società? Perchè le donne tendono a scegliere soluzioni integraliste che le spingono sempre di più all'interno della sfera privata come se la sfera pubblica fosse ancora ed unicamente per gli uomini? Il burqa rappresenta una forma di regressione alla sfera privata e una questione di immagine. Si è lottato per anni per potersi mostrare, perchè si sceglie di nascondersi? Meglio mostrarsi nonostante tutto, anche se comporta sottomettersi a critiche e accuse, diventare un bersaglio. Meglio assumere il proprio ruolo piuttosto che nascondersi e ritirarsi in una sfera privata in cui non si può dire molto.
Ci sono donne coscienti di usare il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi. Quanto sono libere di farlo o succubi invece di un contesto che le spinge a credere che sia l'unica soluzione?
Machiavelli direbbe "il fine giustifica i mezzi". Nel momento in cui si vuole arrivare si utilizzano i mezzi a disposizione e in questa società la sensazione è che l'unico modo per arrivare sia usare il proprio corpo, si capisce perché molte persone lo utilizzino. È come se fosse normale accettare di mettersi in una situazione di schiavitù, riducendo il proprio corpo ad oggetto di scambio. Lo si fa volontariamente perché si spera di ottenere vantaggi, ma credo lo si faccia soprattutto per una forma di abitudine, mancano altri modelli. Se l'unico modello è questo, per quale motivo ribellarsi ad una regola? Questo apre la questione della necessità di decostruire alcune norme che hanno progressivamente strumentalizzato la libertà, con il risultato che l'unico modo di essere libere sembri debba passare dall'uso del proprio corpo come una proprietà.
Vede una via d'uscita?
Sì, difficile, però credo nelle donne. Se si crea la possibilità di decostruire alcuni modelli e capire ciò che è successo, è possibile costruire un'altra società.
Qual è per lei la voce più interessante del suo Dictionnaire du corps?
L'articolo che m'interessa di più è desiderio, perché credo che il desiderio, come diceva Spinoza, sia l'essenza dell'uomo ed è attraverso il corpo che possiamo manifestarlo sapendo che non è una semplice pulsione. Non è un bisogno, è una forza che parte da ognuno di noi e ci spinge ad andare verso gli altri sapendo che essi mantengono la loro alterità. È in questo incontro legato al desiderio reciproco che si crea qualcosa.
Linda Chiaramonte
Dove sono finite le battaglie delle femministe?
Eh... (sospira e fa una pausa, ndr). Non lo so. È questo il problema. È come se in questi ultimi 15 anni ci fosse stato un cedimento da parte delle donne, come se si fossero progressivamente addormentate senza rendersi conto che le lotte devono continuare. Appena si abbassa la guardia il pericolo è dietro l'angolo. C'è sempre il rischio di una regressione, di perdere delle conquiste importanti. In Italia, rispetto alla Francia, la situazione sembra particolarmente preoccupante, non mi spiego come mai non ci sia stata una trasmissione di valori, è come se qualcosa si fosse rotto a livello generazionale.
Di chi "siamo" figlie? Di donne che si sono impegnate e poi hanno pensato che la situazione fosse stata definitivamente risolta mentre non era così. Ho 40 anni e le mie coetanee sono cresciute con l'idea che ci fosse una parità e che niente fosse definitivamente conquistato, ma si dovesse continuare ad impegnarsi, con la speranza che questo desse dei frutti. Se osservo le giovani donne di oggi, le ragazze di 20 anni, sono spaventata. Ho la sensazione che non si pongano più una serie di questioni. È come se tutto dovesse restare com'è, e che l'aspirazione più grande fosse quella di andare in tv e diventare una velina. Questo per me rimane un mistero.
Paradossalmente crede che fossero migliori i tempi delle nostre madri?
La situazione era molto difficile negli anni '60, non so se le donne stessero meglio allora rispetto ad oggi, hanno fatto delle lotte straordinarie che hanno dato dei risultati. Ciò che è triste oggi è la sensazione che queste lotte non continuino e che la famosa uguaglianza reale a cui si aspirava non sia ancora stata raggiunta. La situazione delle donne di oggi è di frustrazione. C'erano tante speranze e molte di queste non si sono realizzate.
Cosa servirebbe ora, dopo il successo dell'appello, un movimento, scendere in piazza?
Secondo me bisogna tornare ai fondamentali, è una questione di educazione. Noi tutte ci dobbiamo mobilitare in quanto insegnanti. È una questione culturale di trasmissione di valori, conquiste, lotte. Negli ultimi anni il vero problema in Italia è stato un crollo culturale, educativo e di trasmissione. Oggi si raccolgono i miseri frutti di una società che ha creduto non fosse più importante mettere l'accento su valori come la formazione e la cultura, su tutto quello che è considerato inutile, come la letteratura, la filosofia. Si insegue un risultato immediato, contano le formazioni tecniche, si deve avere tutto a breve termine e ciò che implica una riflessione o un approfondimento a lungo termine, non interessa.
Uno slogan femminista degli anni '70 è stato "io sono mia". Non crede forse che oggi se ne sia travisato il senso, facendo un uso del corpo come oggetto?
È come se in Italia ci fosse una spaccatura tra due modi di vedere il ruolo della donna e i diritti, da un lato la società patriarcale, machista, tradizionale, dall'altro una posizione che definirei libertaria. Mi spiego meglio, da un lato la società machista e vecchio stile, come se ancora una volta fossero gli uomini gli unici in grado di decidere su una serie di questioni. Abbiamo visto l'estate scorsa cos'è successo intorno alla pillola RU486. Sono stati soprattutto gli uomini a prendere la parola e a spiegare alle donne quello che dovevano o non dovevano fare. Le donne sono state relativamente poco ascoltate e hanno preso poco la parola. Questo mostra come lo spazio dato alla donna per potersi affermare e spiegare su ciò che la riguarda direttamente, come la questione dell'aborto, sia minimo. Dall'altro lato ci sono posizioni che chiamo libertarie che tendono a teorizzare un'esistenza di una libertà assoluta che non esiste. La libertà va sempre contestualizzata. Ci sono una serie di condizioni socio-economiche e psicologiche che influenzano le scelte particolari. Come fare a riflettere sulla questione della libertà senza metterla in rapporto ad uguaglianza e solidarietà? Per poter uscire da questa impasse bisognerebbe riflettere sulla libertà, il corpo è mio, certo, io ho il mio corpo, ma io sono anche il mio corpo, non devo credere che sia una semplice proprietà, altrimenti si giungerebbe all'estremo di posizioni libertarie che giustificano il fatto che una persona priva di mezzi di sostentamento possa vendere gli organi. Lo sforzo per costruire una società giusta è arrivare a pensare insieme libertà, uguaglianza, solidarietà.
È d'accordo con la tendenza di alcune intellettuali e pensatrici di dare alle donne parte della responsabilità di una società machista, o crede sia un'altra colpa che ci addossiamo?
Credo sia un'altra colpa che ci addossiamo. Basta con i mea culpa, non si possono accusare le giovani di 20 anni di non aver preso posizione o di non prenderne quando si sa che fin da bambine le uniche cose che hanno visto e letto proponevano un modello stereotipato dal quale è difficile prendere distanza se non si hanno gli strumenti critici. Invece di colpevolizzarsi ancora una volta, cerchiamo di andare oltre, invece di accusarsi reciprocamente proviamo a costruire qualcosa insieme per il futuro e dare alle nuove generazioni la possibilità di staccarsi da queste norme, queste immagini, da una cultura maschilista invece che considerare che sono sempre le donne le responsabili.
Come s'inserisce il suo intervento nell'ambito del Festival?
Vorrei spiegare l'importanza oggi, per donne e uomini, di un pensiero incarnato che considera la fragilità della condizione umana, un pensiero che passa attraverso il corpo. Un messaggio che dovrebbe permettere a tutti di poter riflettere su se stessi in maniera non astratta.
In Francia il velo è sempre più presente. Ci si chiede perché molte giovani donne, che spesso vengono da una cultura non islamista, non solo si convertono all'Islam, ma scelgono la forma più radicale. Come mai donne che dovrebbero mobilitarsi per la loro libertà preferiscono segregarsi, nascondersi dallo sguardo della società piuttosto che scendere in piazza per manifestare? Cosa sta succedendo nelle nostre società? Perchè le donne tendono a scegliere soluzioni integraliste che le spingono sempre di più all'interno della sfera privata come se la sfera pubblica fosse ancora ed unicamente per gli uomini? Il burqa rappresenta una forma di regressione alla sfera privata e una questione di immagine. Si è lottato per anni per potersi mostrare, perchè si sceglie di nascondersi? Meglio mostrarsi nonostante tutto, anche se comporta sottomettersi a critiche e accuse, diventare un bersaglio. Meglio assumere il proprio ruolo piuttosto che nascondersi e ritirarsi in una sfera privata in cui non si può dire molto.
Ci sono donne coscienti di usare il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi. Quanto sono libere di farlo o succubi invece di un contesto che le spinge a credere che sia l'unica soluzione?
Machiavelli direbbe "il fine giustifica i mezzi". Nel momento in cui si vuole arrivare si utilizzano i mezzi a disposizione e in questa società la sensazione è che l'unico modo per arrivare sia usare il proprio corpo, si capisce perché molte persone lo utilizzino. È come se fosse normale accettare di mettersi in una situazione di schiavitù, riducendo il proprio corpo ad oggetto di scambio. Lo si fa volontariamente perché si spera di ottenere vantaggi, ma credo lo si faccia soprattutto per una forma di abitudine, mancano altri modelli. Se l'unico modello è questo, per quale motivo ribellarsi ad una regola? Questo apre la questione della necessità di decostruire alcune norme che hanno progressivamente strumentalizzato la libertà, con il risultato che l'unico modo di essere libere sembri debba passare dall'uso del proprio corpo come una proprietà.
Vede una via d'uscita?
Sì, difficile, però credo nelle donne. Se si crea la possibilità di decostruire alcuni modelli e capire ciò che è successo, è possibile costruire un'altra società.
Qual è per lei la voce più interessante del suo Dictionnaire du corps?
L'articolo che m'interessa di più è desiderio, perché credo che il desiderio, come diceva Spinoza, sia l'essenza dell'uomo ed è attraverso il corpo che possiamo manifestarlo sapendo che non è una semplice pulsione. Non è un bisogno, è una forza che parte da ognuno di noi e ci spinge ad andare verso gli altri sapendo che essi mantengono la loro alterità. È in questo incontro legato al desiderio reciproco che si crea qualcosa.
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NOTE:
Lo spezzone di Scherzi a parte che ho pubblicato si trova anche nel documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, visionabile per intero QUI
La foto è presa dalla campagna promossa dall'Assessorato alle Pari Opportunità della Città di Torino contro lo sfruttamento del corpo femminile nelle pubblicità e contro le immagini offensive nei confronti delle donne.
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