venerdì 4 giugno 2010

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: I diritti del morente (Seconda parte)




L'eco del silenzio 

su Radio Libriamoci Web:
I diritti del morente
(Seconda parte)



trasmissione del 25 maggio 2010


Chi sta morendo a diritto a:

1. A essere considerato come persona sino alla morte

Il morente è ancora capace di esercitare i diritti di cui è titolare, e tale capacità va rispettata. Per questo motivo il primo punto pone l’attenzione sul individuo definendolo “persona”, scelta fatta per renderne immediatamente evidente l’importanza morale, legittimarne il ruolo di centro di imputazione di diritti e di doveri, nonché affermarne l’attitudine ad essere soggetto, e non oggetto, delle decisioni rilevanti che riguardano la sua vita.
Non si tratta di sottovalutare, o addirittura di ignorare, la gravità delle condizioni fisiche e psicologiche in cui versa il malato prossimo alla morte, ma piuttosto di superare la diffusa convinzione che la vicinanza alla morte giustifichi la separazione dei morenti dal contesto del vivere sociale, e la sospensione, nei loro confronti, delle regole e dei principi ai quali, nell’attuale fase di sviluppo della società, si ritiene che la vita degli individui debba essere informata.
A trattare chi muore più come un oggetto che come un soggetto è giunta, a ben guardare, quella medicina moderna sempre più incline a scorgere nel morente la prova tangibile di un insopportabile fallimento terapeutico. Ricordare che il morente è una persona serve a denunciare l’inadeguatezza di una medicina tanto velleitaria nella sua indiscriminata promessa di guarigione e di salute, quanto incapace di farsi sufficientemente carico del problema della sofferenza e del processo del morire.

2. A essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole

Solo un paziente adeguatamente informato è in grado di effettuare con consapevolezza le scelte inerenti la sua salute e la sua vita, quindi anche il malato terminale deve poter esprimere il proprio consenso, ovvero il proprio dissenso, alle proposte diagnostiche e terapeutiche del medico. Fondamentale è che che l’informazione a cui ha diritto il morente, non avvenga in modo catartico sul letto di morte e che non si compia in un unico atto. Deve iniziare molto prima e configurarsi come un processo graduale all’interno di un’articolata e complessa relazione comunicativa tra il malato ed un medico capace di scegliere i modi, i tempi in genere, le strategie utili a promuovere la consapevolezza e l’autonomia di soggetti diversi per attitudini, condizioni personali, capacità di reazione, situazione clinica ed altro ancora.
Quello all’informazione è un diritto, ma il malato può scegliere di non esercitarlo. Non tutte le persone sono interessate a conoscere le proprie condizioni di salute, e si ha quindi anche il diritto a non essere informati. Pertanto, sul diritto dei morenti a essere informati incide la loro volontà.

3. A non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere

Il gioco della finzione messo in atto dai medici e dai parenti non protegge il paziente dalla sofferenza di sapere la verità (il malato anche se non ne parla, “sente” che la propria vita è al termine) mentre lo priva della possibilità di esprimere, all'interno di una relazione autentica, i suoi stati d'animo, le sue emozioni ed angosce; si crea così una comunicazione distorta, che può portare a rapporti improntati alla diffidenza, con conseguenze difficili da gestire. Non si deve essere brutali con il malato ma dare la comunicazione con franchezza e semplicità, dando risposte veritiere. La “Carta” ritiene che l’accettazione di una qualche consapevolezza del morente sulla gravità delle proprie condizioni, aiuti anche i famigliari a tenere sotto controllo, per quanto è possibile, l’angoscia per la perdita imminente del loro caro.

4. A partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà

5. Chi sta morendo ha diritto al sollievo del dolore e della sofferenza

Nel caso dei malati prossimi alla morte non è più possibile porre in atto trattamenti volti a perseguire la guarigione e fare quindi una terapia attiva, ma a questi malati può e deve essere garantita la migliore qualità di vita compatibile con la gravità delle loro condizioni. Il 70-90% dei malati di cancro in fase avanzata ha dolore di intensità medio-alta e soffre di molti altri sintomi egualmente stressanti.
Questo complesso di sofferenze, nel comune modo di sentire, ha perso ogni connotazione positiva. La sopportazione del dolore come testimonianza di fermezza di carattere, o come dono sacrificale in espiazione dei propri o altrui peccati non è più un valore, se non per pochissimi, il cui diritto di accettare le proprie sofferenze deve, peraltro, essere sempre rispettato.
Il controllo del dolore e dei sintomi fisici è il primo passo per ridurre la sofferenza di chi muore. Un paziente ottenebrato dal dolore non è in grado di avere relazioni, di affrontare il proprio stato, di elaborare le proprie emozioni, di esprimere i propri sentimenti. Il dolore e non la malattia è disumanizzante.
Gli oppioidi (la morfina ed i farmaci analoghi), usati nel modo corretto, sono in grado, sia da soli, sia in associazione con altri preparati, di controllare l’80-90% dei dolori, provocando come effetti collaterali soltanto stitichezza e modesta sonnolenza.
Può essere comprensibile che il cittadino medio, in maniera acritica, identifichi la morfina con la tossicodipendenza, ma non è assolutamente vero. La morfina non è eroina, sono differenti in tutto dalla via di somministrazione agli effetti che procurano, volendo tralasciare gli scopi.
Considerate che l’utilità della morfina è talmente nota che il suo consumo pro capite è stato assunto come indicatore di qualità della terapia del dolore da cancro: più basso è il consumo, più malati sono lasciati col dolore. L'Italia purtoppo nel 1997 ha dichiarato un consumo di morfina pari ad un decimo di quello francese e il consumo medio pro capite di oppioidi è al terzultimo posto in Europa, ad un livello che è di un ordine di grandezza mille volte inferiore rispetto a quello dei Paesi nord-europei e inferiore anche a molti Paesi in via di sviluppo come Eritrea, Congo, Cambogia e Ghana.
La sofferenza, intesa come percezione cosciente, può anche assumere una valenza spirituale che prescinde dalla percezione del dolore fisico. In tal caso, la sofferenza può esistere anche in assenza di dolore o di altri sintomi fisici, e può dipendere dalla perdita del senso della vita, dalla dipendenza da altri, dal configurarsi di una condizione che il malato reputa inaccettabile.
L’insieme di tali sofferenze dà luogo al “dolore totale”, una condizione non degna dell’essere umano, intervenire quindi in queste situazioni costituisce per la nostra epoca un impegno di grande civiltà.
Ricordo che non si sta assolutamente parlando di eutanasia, ma di sedazione del sintomo “fisico” e assistenza a quello che è il dolore “mentale”.

6. Chi sta morendo ha diritto a cure ed assistenza continue nell'ambiente desiderato

Il morente deve poter contare su un’assistenza continuativa anche quando si rivela inutile qualsiasi trattamento medico.
In altri termini, come esiste per le persone libere il diritto di scegliere il modo e lo stile di vita che preferiscono, così deve essere garantita al morente la stessa possibilità di scelta sul dove morire.

7. Chi sta morendo ha diritto a non subire trattamenti che prolunghino il morire

Negli ultimi anni il perpetuare un trattamento curativo fino alle soglie della morte, pratica corrente per molto tempo, è stato oggetto di una sempre più ampia valutazione negativa da parte degli stessi medici. Il codice deontologico della categoria afferma, del resto, che il medico deve astenersi da trattamenti dai quali non possano derivare benefici per il paziente o un miglioramento della sua qualità di vita (accanimento terapeutico). È tuttavia risaputo che nella pratica medica quotidiana ancora oggi il curante si sente autorizzato a fare di tutto per prolungare il morire, forse anche per il timore di ricadere in responsabilità penali.
La cura è, dunque, da considerarsi adeguata non solo quando procura un momentaneo sostegno vitale,
ma quando ha riflessi positivi sulle condizioni generali del paziente, che non è un insieme di organi malati, ma una persona che soffre. Ciò non significa escludere l’eventualità che sia lo stesso malato a richiedere al medico di proseguire le cure volte a prolungare la sopravvivenza, nel qual caso la richiesta va soddisfatta, nei limiti della possibilità.
È auspicabile, peraltro, che l’équipe che ha in carico il malato si impegni a conoscere la volontà del paziente sulle cure attuate in quel momento, ma anche su quelle che possono rendersi necessarie in una fase più avanzata della malattia, soprattutto se si prevede come imminente la perdita dello stato di coscienza.

8. Chi sta morendo ha diritto ad esprimere le sue emozioni

Nella società attuale prevale un controllo esasperato della sfera emotiva, come se certi stati d’animo dovessero sempre e comunque essere tenuti nascosti. Questa autocensura, senz’altro dominante per tutto il corso della vita, sembra accentuarsi quando ci si trova di fronte alla morte e al morire. Ma il mondo emozionale è parte integrante dell’individuo, e bloccare le emozioni significa, per chi sta per morire, porre in atto un meccanismo di negazione e di dissimulazione (rifiutare di sentire ciò che si sente) tanto gravoso quanto ingiustificato alla fine della vita.
Non si può inoltre escludere che attraverso l’espressione delle emozioni abbia luogo un’elaborazione della situazione stessa.
Diversi studi mostrano, infatti, che, se è vero che i sintomi depressivi e l’ansia sono comuni nei morenti e ne influenzano la qualità di vita, è altrettanto vero che la comprensione delle difficoltà e dei conflitti emozionali dei morenti da parte di curanti e famigliari disposti ad instaurare rapporti non viziati da reticenze e da dissimulazioni, può alleggerire l’angoscia e diminuire la sofferenza di chi muore.

9. Chi sta morendo ha diritto all’aiuto psicologico e al conforto spirituale, secondo le sue convinzioni e la sua fede

L’affermazione di questo diritto può sembrare superflua. Eppure, riaffermare questo diritto serve a riproporre, cercando anche di dare una risposta, una domanda talmente elusa nella società attuale - come morire? - da essere stata quasi messa da parte.
I più approfonditi studi sulle fasi finali della vita hanno posto in luce come nel vissuto psicologico dei malati prossimi alla morte vi siano diverse fasi, dalla fase della negazione (il morente rifiuta la realtà), a quella della collera nei confronti di tutto e di tutti (perché proprio io?), al patteggiamento (il morente “contratta” con la morte o con Dio: riuscire a vivere fino al matrimonio del figlio, veder nascere il nipotino...), alla depressione, e infine all’accettazione. È in quest’ultima fase che sono frequenti le conversioni religiose, a dimostrazione del fatto che la consapevolezza della propria mortalità fa emergere un dolore spirituale difficile da definire, ma senz’altro legato al trovarsi di fronte alla propria finitezza, difficile da accettare anche per chi ha un credo religioso e ha il conforto di sperare nell’Aldilà. C’è, dunque, un bisogno di sostegno e di conforto che deve essere riconosciuto e rispettato.

10. Chi sta morendo ha diritto alla vicinanza dei suoi cari

Il diritto del morente alla vicinanza dei suoi cari nasce dal fatto che tale vicinanza ha una determinante influenza positiva sul suo modo di essere e divivere l’ultima fase della sua vita, gli affetti possono “riempire la vita”, dando quel conforto che ancora può rimanere, negargli questa relazione di vicinanza equivarrebbe quindi a procurargli un vero e proprio danno. Va ricordato che se tradizionalmente i “cari” si identificavano con i famigliari, nella società attuale altrettanto, e talora anche più importanti, sono diventate le relazioni degli affetti. Ora “caro” non indica necessariamente il parente, bensì la persona con cui si ha una consonanza di vita.

11. Chi sta morendo ha diritto a non morire nell’isolamento e in solitudine

La rimozione della morte, diffusa in società, quali quelle dei paesi industriali avanzati, nelle quali i miti della produttività e dell’efficienza si sono intrecciati con le aspettative alla guarigione sempre e comunque conseguibile, alimentate da una medicina tanto incline ad enfatizzare i propri successi, quanto a dissimulare i propri limiti, ha, come si è già osservato in precedenza, la sua più concreta e drammatica manifestazione nell’allontanamento dal contesto sociale, e quindi nella determinazione di una sorta di morte sociale, antecedente alla morte biologica, di quei soggetti che la medicina si dichiara impotente a guarire.
In una società caratterizzata dal prevalere del conformismo, della massificazione, dalla tendenza ad uniformare abiti mentali e stili di vita, la solitudine può assumere la valenza positiva di consapevole scelta esistenziale propria di chi, non riconoscendosi nei modelli di comportamento e nei valori prevalenti nella società, ha il coraggio di compiere scelte controcorrente in ogni fase della propria vita. Ma per i malati prossimi alla morte la solitudine non è sempre il risultato di una scelta riguardo al come morire, del tutto legittima e meritevole di rispetto, quand’anche non condivisa dai più. È , piuttosto, l’effetto, indesiderato e produttivo di grandi sofferenze, dovuto all’operare di complessi fattori culturali e strutturali.

12. Chi sta morendo ha diritto a morire in pace e con dignità

La malattia inguaribile è sempre più spesso trattata come se fosse “lo scandalo massimo”: deve essere isolata, nascosta, rimossa anche dalla coscienza; ma questo atteggiamento, diffuso nei curanti e in generale nel pubblico, porta ad attitudini e comportamenti “deviati”, rispetto alle reali esigenze e richieste della persona malata come: accanimento terapeutico, oltranzismo diagnostico, veicolazione di messaggi che creano false illusioni sulla positiva evoluzione della malattia.
Per questo il contesto, nel quale il malato prossimo alla morte, trascorre parte o tutto il tempo del proprio morire è oggi identificabile con strutture di ricovero, ospedali pubblici o privati, dove spesso sono del tutto disattesi i suoi bisogni. Riaffermare quindi il diritto a “morire in pace” ha il significato oggi di permettere al morente di trascorrere i suoi ultimi giorni nel luogo che preferisce, dove più abbia la possibilità di riconciliarsi con tutto ciò che sta lasciando, evitandogli qualsiasi intervento che non sia in armonia con le sue scelte. In questa prospettiva, per garantire al malato le più ampie possibilità di scelta, vanno promosse e sostenute attività curativo/assistenziali, che favoriscano interventi di supporto presso diverse realtà: dal domicilio, al ricovero ospedaliero o in letti di Servizi di cure palliative, dedicati ai malati morenti o in strutture “ad hoc” - come gli hospice.

Mi rendo conto che l'argomento è tanto silenzioso quanto ostico anche semplicemente da ascoltare, ma ho ritenuto fosse importante dare voce ai morenti perché sono problematiche umanitarie che riguardano tutti. Stavolta non si parla di Africa, ma di una disumanità che è presupposto sociale della nostra realtà, è bene quindi porsi degli interrogativi. Non credo che esistano delle risposte vere e proprie sul fine vita, ancor meno se questo dovesse essere il nostro, ma sono convinta che anche sempliceme porsi degli interrogativi in merito, possa aiutare a considere come parte del percorso di vita l'atto del morire.


Lucia Capparrucci


domenica 30 maggio 2010

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: I diritti del morente (Prima parte)



L'eco del silenzio 
su Radio Libriamoci Web:
I diritti del morente
(Prima parte)


trasmissione del 25 maggio 2010

Visualizzate la scena. Sta per nascere un bambino, siamo in ospedale e dentro la sala parto ci sono la madre e il padre del nascituro, un ginecologo, un’ostetrica, spesso un anestesista e al bisogno un neonatologo; poco lontano da lì, oltre la porta i nonni, a volte i futuri fratellini, magari un’amica e/o un fratello dei due genitori, tanta gente, molto affetto e il massimo dell’assistenza.
Cambio di scena. Siamo ancora in ospedale, una persona anziana o comunque malata da diverso tempo sta morendo, non ci sono infermieri, non ci sono medici, spesso non ci sono nemmeno i parenti.
Ovviamente ci sono delle eccezioni sia al primo che al secondo scenario, parlo quindi di nascite solitarie o senza la dovuta assistenza e di morti serene con intorno gente che accompagna il trapasso.
Perché questa differenza?
Premetto che non è una questione di preavviso, se per la nascita si hanno circa nove mesi per prepararsi all’evento, stessa cosa accade per la morte anzi forse i tempi sono anche più dilatati.
In un paese con gli standard sociali e assistenziali come quelli dell’Italia la morte improvvisa vale a dire quella definita come inattesa, non traumatica, non violenta, che si verifica in maniera istantanea o entro breve tempo dall'inizio dei sintomi; ha secondo le statistiche internazionali un’incidenza di 0,7 - 1 caso x 1000 abitanti per anno. Ad esempio, in Italia tale numero si stima essere di circa 40 mila - 57 mila, tradotto in termini percentuali ciò rappresenta, secondo i dati ISTAT, l'8% - 11% di tutte le morti che si verificano annualmente nel nostro paese (circa mezzo milione).
Se a queste decidiamo di sommare le morti per incidenti si rimane comunque ad un 10% delle totali, solo una persona su dieci non sa di morire eppure le altre nove arrivano all’appuntamento sole e spesso in un contesto (al di là dell’evento) desolato; si torna allora al nostro iniziale perché.
Le spiegazioni sono molteplici, ma fra queste hanno un ruolo di primo piano la paura ed il rifiuto che si sono radicati e radicalizzati nella nostra cultura sia della morte che della malattia, queste vengono sempre maggiormente contrapposte al concetto stesso di vita, ma questa ghettizzazione di quelli che sono solamente altri aspetti del vivere ha inasprito le difficoltà che hanno: il morente, la sua famiglia ed anche il terapeuta che li affianca.
L’uomo o la donna che stanno morendo sono, ricordiamocelo bene, persone e come tali godono di tutti i diritti, quella che viene definita morte sociale e che spesso precede anche di alcuni anni quella biologica, oltre a dover essere rimandata quanto più possibile non dove diventare viatico per quella giuridica.
Come qualunque altro malato, anche quello terminale ha diritto all'autodeterminazione, vale a dire che ha la libertà di accettare o rifiutare le terapie e più in generale gli interventi medici che gli vengono proposti, così come stabilito dall’art. 32 della Costituzione. Presupposto ovviamente essenziale a questa scelta è il principio del consenso informato, quindi che il malato sia correttamente informato sulla diagnosi, la futura evoluzione della sua patologia e, che valuti le possibili alternative diagnostiche e terapeutiche anche in termini di costi e benefici. Questo diritto della persona ad essere informata e scegliere in piena autonomia gli interventi che la riguardano è stato ribadito anche dal Consiglio d’Europa con la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina dell’aprile ‘97. La libertà di scegliere le cure, infatti fa parte delle libertà fondamentali garantite a tutti dall’art. 13 della Costituzione, che per prima cosa afferma che “La libertà personale è inviolabile”.
Atteggiamenti di tipo paternalistico da parte dei parenti o del medico che tendono a decidere in vece del paziente senza averlo informato adeguatamente, non sono quindi solo eticamente scorretti poiché declassano il malato da soggetto ad oggetto delle decisioni che lo riguardano, ma sono anche una violazione di specifici diritti della persona.
Ne consegue che i diritti e la dignità di persona del morente vengono spesso violati proprio nel momento più difficile e angoscioso dell’esistenza. Chi è al termine della vita, infatti, da una parte, si trova a subire trattamenti invasivi e inutili volti a prolungare la sopravvivenza (il cosiddetto accanimento terapeutico), dall'altra, può anche trovarsi abbandonato e trascurato nelle sue esigenze affettive e psicologiche. Alla ricerca di un’alternativa fra questi atteggiamenti e comportamenti, entrambi dannosi, la Medicina Palliativa, dalla fine degli anni Sessanta, ha affrontato i problemi del malato prossimo alla morte in modo globale, tenendo conto della complessità delle sue esigenze, non solo fisiche (ad esempio il controllo del dolore), ma anche psicologiche, spirituali e di relazione con chi gli è vicino. Questo approccio è stato ritenuto così valido che il 9 marzo 2010 la Camera ha dato il via libera, in terza lettura, al disegno di legge sulle cure palliative e le terapie del dolore.  Un tema sul quale maggioranza e opposizione si sono trovate d’accordo, al punto che si è trattato di un voto quasi unanime: 476 voti sì e due astensioni.
Nel maggio 1999 il Comitato Etico presso la Fondazione Floriani, (la fondazione è un ente apolitico, aconfessionale, senza fini di lucro, che ha l'obiettivo di diffondere e applicare, nell'assistenza al paziente in fase terminale, le Cure Palliative) ha elaborato e in seguito diffuso la Carta dei Diritti dei Morenti
Un documento in dodici punti che vuole accrescere la consapevolezza sui bisogni del morente e delle risposte ad essi più adeguate, così che diventi patrimonio comune che se non è vero che tutti i malati sono curabili è però vero che di tutti ci si può prendere cura. 
Passo a leggervi i dodici punti dei quali poi vi darò un ulteriore breve spiegazione, attingendo al materiale esplicativo che accompagna la carta.


Chi sta morendo ha diritto:


1) A essere considerato come persona sino alla morte

2) A essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole

3) A non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere

4) A partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà

5) Al sollievo del dolore e della sofferenza

6) A cure ed assistenza continue nell’ambiente desiderato

7) A non subire interventi che prolunghino il morire

8) A esprimere le sue emozioni

9) All'aiuto psicologico e al conforto spirituale, secondo le sue convinzioni e la sua fede

10) Alla vicinanza dei suoi cari

11) A non morire nell’isolamento e in solitudine

12) A morire in pace e con dignità


Lucia Capparrucci




mercoledì 26 maggio 2010

Gente perbene a candidatura unica

Gente perbene a candidatura unica
da Giulia Innocenzi

26 maggio 2010 

 
La democrazia del futuro: semplice, fruibile, veloce.

Forse questo è lo slogan del candidato sindaco di Ribera, ridente cittadina dell'Agrigentano di 20.000 abitanti, che in pratica è il candidato unico alle elezioni che si terranno il 30 e il 31 maggio.
Sì, ragazzi, avete capito bene. Per una serie di giochetti dell'ultimo minuto, Carmelo Pace (Udc), è candidato sindaco contro un altro dell'Udc, Lillo Smeraglia, suo "migliore amico" (proprio a detta di Pace). Voi direte: vabbè, l'amicizia un giorno c'è, il giorno dopo non c'è più, soprattutto quando si tratta di raccattare voti. Però i parenti restano: e fa impressione leggere nella lista di appoggio al grande oppositore Smeraglia la moglie, la mamma e il cognato dell'altro candidato, Pace.
Perché tutto questo casino di liste, che evidentemente avrebbe attratto l'attenzione anche da fuori Agrigento? Pace voleva proprio essere sicuro di vincere, e anziché rimettersi al dettato della legge, che prevede che il candidato unico, per poter essere eletto, deve ottenere il 50+1 degli aventi diritto al voto che effettivamente si recano alle urne, ha preferito avvalersi del candidato fantoccio. Lo ammette lui stesso nel video che vedete sopra. Vi prego di ascoltare l'intervista, perché è un incredibile esempio di mistificazione della realtà (cui siamo abituati ad assistere da un po' di tempo a questa parte).
Se volete vedere chi sta lanciando il proprio grido di allarme, guardate qui.
Comunque, non preoccupatevi per il povero candidato unico: è nipote dell'on. Ruvolo (deputato e vice-segretario regionale Udc) e appoggiato dal deputato regionale Udc Totò Cascio, che è modestamente indagato per mafia (ma non chiedetegli che ne pensa, perché potrebbe rispondevi come ha fatto con questo giornalista - non sono scene degne di un paese civile).
Il candidato unico Pace ha ragione: "per risollevare Ribera c'è bisogno di gente perbene".
Buon lavoro.
E in bocca al lupo a Gaetano Montalbano e a tutti i ragazzi che con lui stanno cercando di fare un po' di attirare un po' di attenzione per non rimanere nelle mani di questa gente.




 
domenica 23 maggio 2010

DISABILI ITALIANI. NON PARCHEGGIANO ALL'ESTERO

DISABILI ITALIANI. NON PARCHEGGIANO ALL'ESTERO
da SpoletoCITY - email 
Sabato 22 Maggio 2010
 



Il disabile italiano che per circolare in auto o per parcheggiare espone il contrassegno destinato ai portatori di handicap, avrebbe difficoltà a svolgere la stessa manovra nel resto d'Europa.
Sì, perché il contrassegno distribuito in Italia, non è riconosciuto negli altri paesi comunitari.
Il nostro tagliando è di colore arancio, mentre dovrebbe essere azzurro come quello emesso da tutti gli altri paesi.
Quindi i diritti degli automobilisti italiani disabili, non hanno modo di essere riconosciuti all'estero.
L'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili (ANMIC) conosce bene il problema anche se a livello di opinione pubblica non è molto risaputo.
Rispondono così ad un disabile che ha sollecitato una soluzione. “Il problema della validità all'estero del contrassegno speciale rilasciato agli invalidi, è da tempo all'attenzione di questa associazione, che ha interessato le autorità competenti oltre che il garante sulla privacy, il quale vorrebbe una modifica dei dati risultanti sul documento. Data la complessità della questione non si è avuta finora una definizione”.
E intanto, al solito, i diritti di molti, aspettano che la burocrazia faccia il suo corso.



giovedì 20 maggio 2010

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: Le crisi dimenticate (Seconda parte)




 
L'eco del silenzio
su Radio Libriamoci Web:
Le crisi dimenticate - Seconda parte

trasmissione del 18 maggio 2010



Ho scelto di leggervi la scheda sulla Repubblica Democratica del Congo la nona crisi identificata dal rapporto, perché è l'unica in undici anni a non essere mai stata fuori dalla lista e che quest'anno ha avuto solo 7 notizie dedicate dai TG, nonostante il perdurare della situazione di crisi ed è proprio questa cronica routine della tragedia del paese e l'assenza di accadimenti rapidi e straordinari, magari riguardanti occidentali e che fanno notizia, ad aver relegato il paese e le sofferenze della sua popolazione all'invisibilità.

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Repubblica Democratica del Congo
La guerra infinita nelle regioni orientali


Per tutto il 2009, gli abitanti della parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (rdc) hanno subito la violenza incessante di gruppi armati appartenenti a diverse fazioni. Centinaia di persone sono state uccise, migliaia di donne, bambini e talora uomini sono stati stuprati, e centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case.
Nel Nord Kivu dagli scontri armati tra fazioni si è passati alla guerriglia: ogni gruppo terrorizza la popolazione e dà fuoco alle case di un villaggio per vendicare il presunto appoggio fornito dagli abitanti alla fazione rivale.
Nel 2008 i combattimenti coinvolgevano soprattutto l’esercito regolare del Congo (Forces Armeés de la République Démocratique du Cong, fardc) e i gruppi armati del Congrès national pour la défense du peuple (cndp). Quest’anno, però, la situazione è
cambiata, da quando l’esercito congolese e quello ruandese hanno dato il via a un’offensiva nel Nord e nel Sud Kivu contro il gruppo armato delle Forces Démocratiques de Libération du Rwanda (fdlr).
L’esercito congolese ha goduto del supporto logistico della monuc, la missione di pace delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo.
A ottobre, le equipe di MSF stavano procedendo alla vaccinazione contro il morbillo di migliaia di bambini in sette località nella regione di Masisi, territorio controllato dalle fdlr – e l’operazione era gestita con il sostegno del Ministero della Salute –, quando proprio l’esercito del Congo ha aperto il fuoco, disperdendo civili e personale medico in una precipitosa fuga alla ricerca di riparo. L’attacco è stato deciso nonostante tutte le parti in gioco avessero garantito che l’area sarebbe stata sicura per l’intera durata delle attività sanitarie. Invece, migliaia di persone sono state costrette a scappare
verso destinazioni tuttora ignote e MSF ha dovuto evacuare tutte le sue equipe a Goma, capoluogo della regione. MSF ha immediatamente denunciato l’attacco militare. «è come se fossimo stati usati per fare da esca» ha dichiarato Luis Encinas, responsabile dei programmi di MSF in Africa centrale.
«L’attacco ha sfruttato in modo indegno e a fini militari l’occasione offerta dall’operazione umanitaria in corso». La campagna di vaccinazione di MSF è comunque proseguita in altre aree, raggiungendo 165 mila bambini.
Nonostante i crescenti segnali di instabilità in tutto il Congo orientale, MSF ha continuato a fornire assistenza medica a centinaia di migliaia di persone per quella che è stata una delle sue più vaste operazioni del 2009, che ha incluso la distribuzione di beni di primo soccorso, la gestione di cliniche mobili, la realizzazione di campagne di vaccinazione, di programmi di cura per il colera, l’accoglienza delle persone vittime di abusi sessuali. MSF è l’unica organizzazione umanitaria internazionale a effettuare
interventi chirurgici nel Nord Kivu, con una media di 14 operazioni al giorno nell’ospedale di Rutshuru.
Nel Congo orientale, da novembre 2008 a ottobre 2009 MSF ha visitato 528.850 persone, curato 10.160 bambini malnutriti e 4900 malati di colera e ha fornito cure mediche a 5330 persone vittime 10 di violenza sessuale.
Al contempo, le popolazioni delle province settentrionali di Haut-Uélé e Bas-Uélé sono rimaste intrappolate nella drammatica spirale di violenza generata dagli attacchi sferrati dal gruppo armato ugandese dell'lra e dalla conseguente controffensiva degli eserciti di Uganda e Congo.
I civili si trovano inoltre a dover far fronte a sempre crescenti episodi di vero e proprio banditismo.
Lo scorso anno, centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Il perdurare della violenza continua a spingerne migliaia verso le città in cerca di rifugio e sicurezza. A Doruma la popolazione è triplicata. Gangala e Banda ospitano ciascuna più di 20 mila profughi privi di qualsivoglia assistenza. Queste città si presentano come territori chiusi e protetti, mentre villaggi e campagne sono stati completamente abbandonati.
Tra i pochi soggetti a offrire assistenza medica di base, chirurgica, nutrizionale e psicologica, MSF ha chiesto alle altre organizzazioni umanitarie di aumentare la loro presenza nelle aree rurali più colpite da questa violenza estrema. La recrudescenza degli scontri ha costretto la stessa MSF a sospendere il programma di cura per la malattia del sonno.
La regione dell’Ituri, che negli ultimi anni sembrava essere al margine del conflitto, ha visto riaccendersi la violenza e la tensione tra le Forces de Résistance Patriotique d’Ituri (frpi) e l’esercito congolese, scontri che hanno provocato lo sfollamento di 50mila persone. MSF è l’unica organizzazione non governativa nella zona. In altre regioni, il sistema sanitario nazionale è tuttora gravemente insufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione, spesso priva di qualunque protezione contro le malattie.
Nell’ultimo anno le équipe di MSF hanno continuato a garantire cure mediche gratuite e a contrastare epidemie come l’ebola, il colera e il morbillo. Nel 2009 MSF ha vaccinato contro il morbillo più di 500 mila bambini in tutto il paese.

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Altre schede delle crisi e testimonianze inerenti a quelle aree verranno postate nei prossimi giorni nel blog. Alla prossima settimana.
Da Lucia Capparrucci un saluto e l'augurio di frenetiche letture.












mercoledì 19 maggio 2010

Io non ci sto


IO NON CI STO


Gli stereotipi de “La pupa e il secchione”  non mi piacciono e lo voglio dire agli autori.
Una mobilitazione in Rete per dire NO al programma tv e al degrado televisivo imperante: mail bombing alla redazione fino al 25 maggio 2010.


IO NON CI STO
Io non ci sto
alla dittatura televisiva dell’avvenenza,
che mi fa esistere solo se bella o appetibile,
barattando il mio pensiero in nome di una magra
visibilità.
Io non ci sto
ad essere solo corpo.
Da guardare,
da toccare,
da giudicare,
da mercificare.
Io non ci sto
poiché conosco
cosa genera l’offerta della mia carne
sugli sguardi inconsapevoli.
Io non ci sto
e pretendo rispetto
e che si dia spazio a tutte le mie
diversità.
La mia rivoluzione comincia con il rifiuto
dell’immaginario imposto
per mutare nel respiro di una nuova dignità.
(G.V.)


Parte dal blog Un altro genere di comunicazione, sbarca su Facebook e trova il sostegno di blogger e associazioni impegnate a contrastare gli stereotipi di genere.
Ecco la mail bombing: chiunque si sente sconcertato, colpito o offeso dal modo in cui la dignità femminile e maschile vengono svilite dai modelli proposti dal programma “La pupa e il Secchione” può inviare la stessa mail alla redazione di Italia 1.
L’iniziativa è stata prorogata fino al 25 maggio 2010 per dare a tutti la possibilità di partecipare e perché è importante far sentire la nostra voce.
Oggi, grazie alla forza della Rete e del passaparola, possiamo essere ascoltati.
Lo dimostra l’intervento della capo progetto del programma sul blogUn altro genere di comunicazione”, seppure a nostro avviso non soddisfacente, lo dimostra l’invito – declinato – a partecipare a “Domenica 5”.
I modelli proposti dal programma “La pupa e il secchione” sembrano:
  • incitare uomini e donne a umiliarsi reciprocamente: l’aspetto fisico e l’intelligenza sembrano essere due opposti che non possono incontrarsi e in guerra per prevalere;
  • proporre modelli di relazione basati sulla prevaricazione e superficialità;
  • autodefinirsi reality, ovvero basati sulla realtà: la realtà è ben diversa e quella della televisione si sostituisce, così, nell’immaginario dello spettatore, a quella – diversissima – delle persone.
    Io non ci sto.
    Proponiamo PACIFICAMENTE e con gli strumenti del dialogo e dell’approfondimento modelli alternativi di maschile e femminile.
    Se anche tu, come noi, non ci stai invia la tua mail a Italia 1 (qui trovi il testo da copiare e firmare e l’indirizzo a cui inviarla) e con un commento sottoscrivi questo comunicato.
    Siamo SPETTATORI anche quando la televisione resta SPENTA. Non restiamo in silenzio, cambiamo i palinsesti.
    Perché se la televisione è lo specchio dell’Italia, vorremmo poter usare di nuovo il telecomando.
    Se sei un’associazione o un blog e vuoi essere tra sostenitori di questa iniziativa, comparendo fra i firmatari, scrivi a info.iononcisto@gmail.com.
    Se sei un cittadino, firmati con un commento al post.
    Preleva il codice per incollare il banner (rosso) sul tuo sito e diffondere l’iniziativa

    io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi



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    io non ci sto: per una tv libera dagli stereotipi
    Contatti:

    info.iononcisto@gmail.com


    Promotrici:


        * Maria Grazia Verderame – Un altro genere di comunicazione
        * Francesca Sanzo – Donne Pensanti
        * Giorgia Vezzoli – Vita da streghe
        * Lorenza Garbolino – Una nuova Era

    Associazioni e blog firmatari:


        * Lorella Zanardo – Il corpo delle donne
        * Giovanna Cosenza – Dis.amb.ig.uando
        * Loredana Lipperini – Lipperatura
        * Maria Giusi Ricotti – http://www.ilcalderonemagico.it, http://www.nuovelune.it
        * Femminile Plurale – www.femminileplurale.wordpress.com
        * Anna Speranza – http://www.annasperanza.it
        * Associazione Voce donna – http://www.sguardididonna.it/vocedonna/index.htm
        * Laura Albano – www.unaltradonna.wordpress.com
        * Francesca Palmas – La coniglia
        * Stefania Prestopino – http://www.tamai.splinder.com/
        * Arnaldo Dovigo – www.parliamoneassieme.it
        * Lucia Capparrucci – Eco del silenzio




    martedì 18 maggio 2010

    L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: Le crisi dimenticate (Prima parte)






    L'eco del silenzio
    su Radio Libriamoci Web:
    Le crisi dimenticate - Prima parte

    trasmissione del 18 maggio 2010


    La notizia di questa settimana è la campagna di Medici Senza Frontiere per offrire visibilità a tutte quelle che sono le crisi umanitarie dimenticate.
    Il 21 aprile Medici senza frontiere ha pubblicato il rapporto annuale sulle crisi più sottovalutate dai mezzi di informazione.
    La prima lista di questo genere fu fatta dall'Ong nel 1998, da allora sono passati 11 anni e 6 da quando MSF Italia in collaborazione con l’osservatorio di Pavia ha cominciato a valutare la copertura delle crisi nei telegiornali italiani e a farlo andando a indagare i contenuti degli stessi.
    Come già detto il monitoraggio è stato fatto per la prima volta nel 2004 e da allora è stato ripetuto ogni anno usando sempre lo stesso approccio metodologico.
    L'analisi della copertura dei notiziari sugli eventi e contesti di crisi in maniera sistematica e diacronica ha permesso due operazioni:
    In primo luogo di verificare e confrontare quanto spazio nei diversi anni ha occupato nell’agenda dei telegiornali l’informazione sulle crisi internazionali;
    In secondo livello l’analisi ripetuta nel tempo ha consentito di evidenziare tendenze ricorrenti dell’informazione tele-giornalistica italiana.
    I risultati di queste analisi permettono inoltre di formulare ipotesi sul funzionamento dei meccanismi di selezione della notizia e sui criteri di “notiziabilità” che quotidianamente traducono i molteplici eventi della realtà nei circa venti servizi di un telegiornale.
    Il rapporto di quest’anno ha evidenziato un dato stabile rispetto agli anni precedenti: le notizie sulle crisi umanitarie nel 2009 sono state il 6% del totale (5.216 su 82.788), con la stessa percentuale del 2008 (6%), ma ancora in linea con il calo di attenzione prestato alle aree di crisi in questi anni (il 10% nel 2006 e l’8% nel 2007).
    Ritengo necessario specificare che, mentre prima del 2008 la classifica annuale segnalava le crisi umanitarie dimenticate dai media, a partire dall’anno scorso la lista contiene una selezione delle crisi più gravi, e non più necessariamente ignorate, dato che, se tra queste ve ne sono alcune al contempo drammatiche e scarsamente rappresentate, è altrettanto vero che ce ne sono altre che di visibilità ne hanno molta, ma indirizzata solo su determinati aspetti.
    Questo spiega, ad esempio, perché nella Top Ten MSF compaia un paese come l’Afghanistan, che è uno degli scenari di crisi internazionali più visibile sui nostri schermi (anche per il coinvolgimento della missione militare italiana nel paese), e che è stati la crisi di cui maggiormente si è parlato nel 2007, fra le prime del 2008 e in assoluto la più passata dai TG nel 2009.
    In sintesi le dieci cenerentole de 2009 sono: le malattie tropicali dimenticate; la guerra nella Repubblica Democratica del Congo (RDC); il conflitto nello Sri Lanka e in Yemen; gli scarsi finanziamenti per la lotta all’AIDS; le condizioni drammatiche per le popolazioni del Sudan; i fondi inadeguati per la malnutrizione; i civili intrappolati nella morsa della violenza in Pakistan, come in Somalia e Afghanistan, stati nei quali l’accesso alle cure per la popolazione è estremamente difficoltoso.
    Tra le emergenze individuate quest‘anno, troviamo quindi una serie di paesi nei quali la popolazione civile è stata vittima inerme dei conflitti in atto, e dell'escalation di violenza all'interno degli stessi, luoghi in cui gli operatori umanitari hanno avuto crescenti difficoltà o sono stati addirittura impossibilitati a portare i soccorsi.
    Altre riguardano invece malattie e crisi sanitarie che continuano a essere ignorate e/o sottovalutate. Fra queste le cosiddette “malattie tropicali dimenticate” (leishmaniosi viscerale/kala-azar, malattia del sonno, Chagas e ulcera di Buruli) che si trovano in un totale cono d’ombra informativo.
    Le notizie ad esse dedicate sono state pari a zero, mentre di influenza suina, in soli 9 mesi, si è parlato in ben 1.337 notizie. Eppure più di 400 milioni di persone al mondo sono a rischio a causa delle malattie tropicali. La ricerca e sviluppo di nuovi medicinali e presidi diagnostici sono privi di fondi sufficienti e ciò ha gravi conseguenze sui pazienti.

    Medici Senza Frontiere quest'anno oltre a pubblicare il rapporto, per la prima volta in forma di libro con il titolo Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2009” (Marsilio Editori), propone inoltre una campagna di sensibilizzazione con, e questa è un'ulteriore novità, l'obiettivo di dare vita, ad alcune mobilitazioni per coinvolgere l’opinione pubblica.
    La campagna è stata realizzata in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design di Milano ed ha un nuovo sito creato appositamente, www.crisidimenticate.it, dove potrete trovare materiali per  dare anche voi, in prima persona, il vostro supporto.
    La campagna prevede due sezioni.
    La prima, “Adotta una crisi dimenticata”, è diretta ai media, alle Università e alle Scuole di giornalismo e gode del patrocinio della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI); ad ha come obiettivo quello di dare spazio a momenti di confronto e approfondimenti sulle crisi umanitarie.
    La seconda, “Accendi un riflettore sulle crisi dimenticate”, è rivolta all’opinione pubblica e quindi anche a tutti voi singoli, mira ad attirare l’attenzione nei modi più diversi, da quello virtuale attraverso il sito crisidimenticate.it e Facebook, ma anche mediante iniziative concrete come i FlashMob che mano a mano verranno proposti o proporrete.
    In questa sezione c'è un elenco di link condivisibili su facebook, dieci per le altrettante crisi orfane, con i quali basta un semplice click per effettuare l'adozione e condividerli, per ora le adesioni non sono altissime si va dai 255 genitori per la malnutrizione infantile ai 48 per lo Sri Lanka,
    (es. per adottare il Pakistan su FB).
    Facciamo quindi la differenza e inseriamo fra i tanti link che solcano le nostre bacheche anche questi; se non saranno riflettori saranno quantomeno faretti umanitari.


    Lucia Capparrucci


     

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    L'eco del silenzio è un luogo che nasce con l'intento di offrire, nel suo piccolo, maggiore visibilità a quelle notizie che incontro e reputo tanto interessanti quanto silenziose.
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