venerdì 14 maggio 2010

L'eco del silenzio in radio!



C'è una novità o meglio una grossa novità! 
Dalla prossima settimana L'eco del silenzio sbarcherà ed avrà un suo spazio anche in radio!
Una web radio per la precisione, chi di voi mi legge o segue da un po' di tempo avrà già avuto modo di conoscerla, anche per la collaborazione che c'è stata durante la diretta a favore di Emergency il giorno della manifestazione a Piazza SanGiovanni per chiedere la liberazione degli operatori dell'Ong, parlo di Radio Libriamoci Web.

Vi allego il comunicato con tutte le informazioni.


Da Martedì 18 Maggio 2010 alle ore 11.40 Radio Libriamoci Web darà eco a tutti i grandi silenzi che urlano il bisogno di essere infranti.
Le notizie più scomode, i fatti meno discussi, le cause sociali più delicate troveranno voce ne “L'eco del silenzio”.
 
Tema della prima puntata le crisi umanitarie dimenticate secondo il rapporto di Medici Senza Frontiere.
 
Da un'idea di Lucia Capparrucci, curatrice dell'omonimo blog (http://eco-del-silenzio.blogspot.com), che propone riflessioni ed aggrega contenuti tratti da ONG e diversi organi di libera informazione (ad esempio PeaceReporter, Giornalettismo.com, Greenreport.it e altri). La nuova trasmissione della webradio no profit siciliana offrirà ogni settimana una pillola informativa che gli ascoltatori potranno commentare visitando il blog.
 
Per rendere ancor più semplice l'accesso alle pagine curate da Lucia Capparrucci e dare il senso della stretta collaborazione tra Radio Libriamoci Web e “L'eco del silenzio”, il blog é già raggiungibile all'indirizzo http://ecodelsilenzio.rlwebradio.com.
Una sinergia che ha dato prova del suo valore già in occasione della diretta realizzata il 17 Aprile scorso in contemporanea con la manifestazione “Io sto con Emergency” svoltasi a Roma.
E sarà lo spot di Emergency “Aiutaci a combattere la guerra ad armi pari”, già in onda in dieci passaggi quotidiani, ad aprire e chiudere la trasmissione.



L'eco del silenzio
Un'idea di Lucia Capparrucci
Da Martedì 18 Maggio alle ore 11.40
Replica tutti i giorni alle ore 17.40
 
  
mercoledì 12 maggio 2010

Matteo Pagani di Emergency racconta il suo incubo afgano

"Chiedevo: mi dite perché mi avete arrestato?"
Matteo Pagani di Emergency racconta il suo incubo afgano

di Matteo Pagani
 

Ero seduto sul letto della mia cella con la testa tra le mani. In due metri per quattro, a ragionare mesto su come uscire da un incubo kafkiano. Nono giorno di carcere, quinto a Kabul, nel cervello una matassa di pensieri. Ad un tratto, senza alcuna avvisaglia, vedo con la coda dell’occhio il profilo del mio carceriere afgano. “Buru, buru”. Qualche parola, dopo cinque mesi in quel paese, avevo iniziato a capirla. E quei due suoni “Buru, buru”, seguiti da un comprensibilissimo “you’re free”, mi hanno lasciato all’improvviso senza fiato per respirare. Ero libero, finalmente libero, dopo essermi visto cadere addosso l’accusa di essere un terrorista internazionale, in una Nazione di cui sapevo poco e nella quale ero arrivato con la misteriosa qualifica di logista-amministratore nella struttura di Lashkar Gah di Emergency. Un ruolo apparentemente incomprensibile che flirtava con il concetto flessibile di tuttofare. Per uno come me, partito da una famiglia benestante di Roma nord e poi passato da un master in Economia a Londra, ai tanti sud del mondo dominati da fame, droga, povertà e disperazione, interpretarlo conciliava ormai con la mia seconda pelle. Aiutare gli altri, ormai, era diventata un’altra parte di me. Elettricità, tubature, pittura, radio, Internet, tutto ciò che non era direttamente connesso con le pratiche mediche dell’ospedale, toccava a me. Dovevo far sì che tutti fossero felici. Non mi pesava.

L’INIZIO DELL’INCUBO


Ho viaggiato in tutto il pianeta. Ho visto le villas miserias di Caracas e gli avamposti boliviani in cui i bambini sniffano colla fin dai sei anni. Le prepotenze subite dalle donne senza possibilità di difendersi e le culture altre, quelle che ingannevolmente filtrate dai televisori, non si fanno cogliere. Ho osservato tramonti e albe, pianti e sorrisi, ma le cose che ho visto in Afghanistan, non le avevo mai viste in nessuna altra parte del mondo. Corpi dilaniati, brandelli, la demenza della guerra stesa su un letto, senza possibilità di ritorno, salvezza, redenzione. A Lashkar Gah, la vita di tutti i giorni era stretta nel passaggio tra la nostra casa e l’ospedale di Emergency. Quattro chilometri scarsi, con il divieto assoluto di fare altro che non fosse, una volta usciti dall’ospedale, chiudersi con i miei compagni d’avventura per sdrammatizzare l’orrore cui i nostri occhi erano quotidianamente costretti. La nostra casa, una dimora umile, era vigilata giorno e notte da genti non armate, ma la paura è una sensazione che non ho mai avuto. Tutt’al più ci dicevano di chiuderci in casa, ma l’idea di avere timore confligge con la missione di un ragazzo neanche trentenne che attraversa i continenti per dare una mano a chi te lo chiede. Noi aiutavamo tutti. Poliziotti, combattenti, civili. Salvare la vita alla gente. Quello contava. Senza tessere, appartenenze, giuramenti. A cinque mesi e dodici giorni dal mio arrivo in Afghanistan, mi arrestano. Ero partito il 3 novembre del 2009 e all’inizio della primavera, nelle prime ore di un pomeriggio apparentemente quieto, quello del 10 aprile, mi ritrovo in un brutto sogno.

IL GIORNO DEL FERMO

Era stata una mattina molto tranquilla. Dal quartier generale Lash arriva una telefonata. “Chiamate tutti quanti gli operatori internazionali e andate a casa”. Ci avvertivano, l’aria stava diventando pericolosa. Se una persona del luogo ti dice una cosa del genere, non ti fai troppe domande. Siamo andati a casa, abbiamo mangiato e atteso nuove notizie. L’allarme pareva cessato, ma dal pronto soccorso di Lashkar Gah, riceviamo un’altra chiamata: alla cornetta, un chirurgo afghano. “Ci sono le forze armate” urla. Con Marco Garatti e Matteo Dell’Aira, siamo saliti in macchina. Andare a vedere di cosa si trattasse, ci era sembrata l’unica soluzione plausibile. Prima di arrivare al’ospedale, ci fermano. Ci fanno scendere, sequestrandoci cellulari e radio. Prendono le manette, le legano ai polsi. Erano eccitati, i poliziotti. E in quella agitazione non si capiva nulla. Alle nostre domande, ai nostri perché, opponevano il silenzio. Ci riportano in ospedale facendoci sedere su tre panchine diverse. Non potevamo parlare tra noi. In qualche modo, l’isolamento inizia in quell’istante. Poi dopo un’ora infinita, portano via i miei compagni. Io rimango in ospedale. Mi ordinano di girarmi verso il muro. Senza informazioni. All’improvviso, arrivano ad Emergency anche i militari inglesi. Gli afghani mi portano verso l’uscita. Nessuno mi dice niente. Finisco in carcere. La prima notte dormo per terra. Senza spiegazione alcuna. Vedo Garatti e Dell’Aira solo attraverso lo spioncino. La mia cella è la più vicina al cesso. Osservarli, integri, somiglia a una luce. Aspetto che sorga l’alba. Il giorno dopo c’è il primo interrogatorio. Mi chiedono se ho avuto comunicazioni con i talebani. Ho risposto sempre di no. Stupito, incredulo, sgomento: “Mi dite perché mi avete arrestato?”

ARMI E VIDEO

A quel punto, metallici, i poliziotti rispondono: “In ospedale abbiamo trovato quattro bombe a mano, due giacchetti esplosivi e due pistole”. Armi che nessuno di noi, se non in video, ha mai visto. È stato come camminare a occhi aperti in una pièce di Ionesco. Ogni cosa mi pareva assurda. Fino a poche ore prima scherzavamo a casa, per rimuovere immagini troppo crude per chiunque. Dopo, soltanto dopo ho letto che volevano fare un attentato nella città visto che il governatore avrebbe potuto recarsi in visita. Anche ammesso che fosse vero, attribuirlo a me e agli altri cooperanti, era folle. Oggetto dell’attentato, sarebbe stato il governatore. Un nostro amico, un signore che ci aveva sempre dimostrato una disponibilità non comune. All’inizio, nei primi giorni senza risposte, ho pensato: “Qui finisce male”. La mente andava velocissima. Ti ritrovi in carcere da innocente e ti chiedi se esserlo basti ad uscirne. Come in quel vecchio film di Sordi, in cui lo fermano per un controllo e poi lo precipitano all’inferno. “Non può essere che il solo fatto di essere innocente, mi scagioni”. Poi ho saputo che i soldati, armati fino ai denti, a Lashkar Gah controllavano i computer cartella per cartella.

LA CALUNNIA

Non ci hanno trattato male, non hanno fatto grandi pressioni psicologiche e sicuramente nessuna fisica. Durante la prigionia, abbiamo incontrato l’ambasciatore italiano. Una brava perona impigliata in un colloquio formale. Una scena giòà vista al cinema in cui carcerieri e diplomatici, al di là della loro volontà, concorrevano a un abusato, inevitabile gioco delle parti: “Non gli abbiamo torto un capello”. “Faremo di tutto per tirarvi fuori”. In quei nove giorni abbiamo fumato sigarette, riflettuto, visto il peggio come un’ipotesi non lontana. Quando mi hanno detto che era finita, sono uscito dalla cella abbracciando i miei amici. Senza discorsi. Certe volte sono sommamente inutili. Ho saputo che alcuni politici, con in testa il ministro La Russa, hanno speso nei nostri confronti parole atroci. Epiteti, insulti, insinuazioni. Si era sparsa la notizia che avevamo confessato le nostre responsabilità. Una bufala foriera di episodi molto sgradevoli. Ci hanno additato, giudicato, condannato in televisione. “Mele marce”, il rilievo più dolce. Ma questo l’ho saputo solo dopo. In cella non avevamo il televisore al plasma. Ho pensato alla querela, ma non è facile. L’ufficiale dell’intelligence inglese, dopo la scarcerazione, ci ha ricevuti: “Mi hanno portato accuse contro di voi, le ho verificate e le ho trovate del tutto infondate”. Forse la stessa prudenza, avrebbero potuto averla anche i media. All’areoporto di Dubai, ho incontrato un signore. Aveva un fare insopportabile. Aggressivo, protervo, saccente: “Tu sei di Emergency?”. “Sì”. “La smettete di andare in giro a far danni? Tanto poi deve intervenire il governo e pagare per salvarvi”. Non ho replicato. Però l’idea che per un pezzo di paese, io sia un terrorista mi fa incazzare, non sorridere. Se un giorno riapriranno l’ospedale di Lashkar Gah, tornerò. Senza dubbi, ripensamenti, titubanze. Nel darsi pulsa una felicità assoluta. È uno stato dell’anima. Quando l’hai toccato, tornare indietro è una violenza. Dopo due mesi a Roma, la mia città, inizio a guardare fuori. Partire. Aiutare, conoscere. Sono nato per quello. Non desidero altro.

da il Fatto Quotidiano dell'11 maggio 2010 (link)



lunedì 10 maggio 2010

Nigeria: petizione contro senatore che ha sposato una tredicenne



8/5/2010 - Ripreso da BLACK LOOKS

Nigeria: petizione contro senatore che ha sposato una tredicenne

DI SOKARI, TRADOTTO DA BEATRICE BORGATO


Una coalizione comprendente gruppi di donne, attivisti e accademici nigeriani ha firmato e consegnato al Senato nazionale una petizione dove si richiede venga avviata un'indagine sul matrimonio del senatore Yerima con una ragazzina tredicenne egiziana, chiedendone la sospensione da senatore. Mentre il governo nigeriano è occupato a lamentarsi con la BBC per il documentario televisivo "Benvenuti a Lagos" che avrebbe danneggiato l'immagine del Paese, questo stesso governo incapace rifiuta di condannare e sospendere uno dei suoi membri per aver sposato una tredicenne. E anzi ha chiesto alla coalizione di donne di portare il caso in tribunale, rendendole complici in questo crimine. Se un caso del genere fosse successo altrove, vista la gravità della questione, ci saremmo aspettati una dichiarazione del Presidente -- qui invece solo silenzio.
"La sezione 22 vieta il fidanzamento di bambini sotto i 13 anni. Oggi il senatore Yerima, membro del più alto organo legislativo del Paese, sta commettendo un reato soggetto a cinque anni di reclusione oppure alla multa di 500.000 Naira, o ad entrambe le pene.

Con uomini come il senatore Yerima, che ne sarà della legge contro l'abuso sui minori? Ne chiediamo il ritiro dalla carica perché è una vergogna che il Senatore possa contrarre matrimonio con una ragazza appena tredicenne.

Quest'anno la quindicenne che ha sposato due anni fa ne compie 17. Se permettiamo che questa prassi continui, fra un anno a questo punto starà per sposare una bambina di sei anni.

Vogliamo che la popolazione dello Stato di Zamfara possa avviare il processo per imporne il ritiro dal Senato. Non abbiamo paura." Come ho scritto qualche giorno fa credo che solo 13 degli Stati nigeriani abbiano effettivamente fatto propria la Legge nigeriana sui diritti dell'infanzia, mentre molti degli Stati nel nord del Paese, che hanno introdotto la Shari'a, sostengono che la legge vada contro la propria religione e cultura [non sono sicura che lo Stato del Zamfara sia tra questi o meno].

«Nel 2005, il Consiglio Supremo per la Shari'a in Nigeria (SCSN) ha presentato una protesta ufficiale contro l'adozione di tale normativa sui diritti dell'infanzia e nel 2008 l'Assemblea legislativa dello Stato di Kano ha ribadito che la legge va contro consuetudini religiose e culturali [del nord]. L'Onorevole Gafasa, in un'intervista al quotidiano nigeriano THISDAY, ha inoltre affermato che "la legge va contro la volontà dello Stato del Kano e dell'intera area settentrionale del Paese, perché contro la nostra religione e cultura".» 

Il testo della petizione

  «La Comunità Nigeriana per i Diritti Umani si è allarmata quando la stampa ha reso pubblica la notizia del matrimonio celebrato recentemente presso la moschea nazionale di Abuja tra il senatore Ahmed Sani Yerima e una ragazzina di nazionalità egiziana dell'età di 13 anni, pagando la somma di 100.000 dollari (appena un centinaio di migliaia di dollari!) come 'dote'. I mezzi di comunicazione che hanno diffuso la notizia sono: The Punch, THISDAY, LEADERSHIP, NEXT, NATIONAL LIFE e TRIBUNE. 

A seguito di queste notizie, ad oggi non confutate, sia la comunità nigeriana per la difesa dei diritti umani che altri gruppi di attivisti hanno espresso preoccupazione e costernazione per questi comportamenti dell'Onorevole Senatore, che ritengono tanto condannabili quanto palesemente illegali, in particolare in violazione della normativa Nigeriana e la sua giurisprudenza, nonché a livello internazionale. Le accuse comprendono, ma non si limitano al fatto che: 

1. Il suddetto Senatore Yerima ha "adescato" una bambina egiziana di 13 anni con l'obiettivo del matrimonio.
2. Il suddetto matrimonio non poteva essere formalizzato in Egitto perché in quello Stato i matrimoni con i bambini sono espressamente vietati dalla legge.
3. Il senatore Yerima ha versato 100.000 dollari americani come 'dote'.
4. Circa 30 membri della famiglia della suddetta bambina egiziana hanno soggiornato in Nigeria a spese del senatore per presenziare alle nozze.
5. Il senatore è accusato di aver sposato nel 2006 (o giù di lì) una ragazza di 15 anni (Hauwa'u) come sua quarta moglie e di averla obbligata ad abbandonare la scuola al terzo anno del primo livello della scuola superiore in Nigeria, in tutto 6 anni.
6. Il senatore Yerima ha recentemente divorziato dalla stessa Hauwa'u (che ha 17 anni e accudisce un bimbo suo) per far posto ad un altro matrimonio, ora con una bambina di 13 anni egiziana.

Queste sono accuse molto gravi che rimandano a conseguenze profonde per i seguenti motivi:

1. L'evidente violazione della Sezione 21 del Child Rights Act del 2003 relativo ad Abuja, città dove ha avuto luogo il suddetto matrimonio. La Legge nigeriana sui diritti dell'infanzia vieta il matrimonio con i minori di 18 anni e prevede una multa di 500.000 Naira o la reclusione di 5 anni, o entrambe le pene, per chi viola tale norma.
2. L'evidente violazione degli obblighi della Nigeria ai sensi della Convenzione sui diritti del fanciullo, uno strumento internazionale dei diritti umani che la Nigeria ha ratificato.
3. Un modo di trattare le donne e le ragazze, che secondo quanto riferito riguardo al comportamento del Senatore, non solo le disumanizza, ma presenta dei risvolti negativi in quanto spingerebbe minori di sesso femminile a troncare la propria istruzione rischiando di compromettere il proprio futuro rispetto ai mezzi di sostentamento.
4. Le implicazioni connesse all'immigrazione e alla piaga del traffico di esseri umani, in riferimento alle accuse dell'ingresso abusivo in Nigeria di una sposa-bambina e di 30 membri della sua famiglia.

In base a queste considerazioni, e vista la necessità di ritenere tutti i cittadini nigeriani responsabili per le proprie azioni e non-azioni -- in particolare quando tali azioni riguardano le violazioni degli obblighi nazionali e internazionali della Nigeria per la promozione e la tutela dei diritti dei cittadini -- il Senato viene sollecitato urgentemente per ragioni d'interesse nazionale, a provvedere gentilmente a:

1. Indagare fino in fondo queste dichiarazioni per stabilire con certezza il nome della sposa-bambina, la sua età, e le circostanze del suo ingresso in Nigeria;
2. Stabilire la legittimità o meno di questo atto, considerando l'alto status personale del senatore Yerima, il suo ruolo nella società come deputato e leader, e l'effetto negativo di simili comportamenti per l'immagine della Nigeria;
3. Rendere pubblici i risultati delle indagini e le decisioni prese al riguardo per le motivazioni illustrate al punto 2.
Sua Eccellenza, è perciò nell'interesse del Senato garantire che tali accuse vengano esaminate, in quanto non è accettabile che l'illustre istituzione del Senato diventi un rifugio per l'impunità dei suoi importanti membri. 

Sua Eccellenza, il sottoscritto xxx sottopone rispettosamente alla sua responsabilità di garantire che il Senato e la sua reputazione siano protetti da qualsiasi azione negativa, reale o percepita. I cittadini nigeriani firmatari di questa petizione considerano la sua persona il garante delle norme Costituzionali a tutela di tutti i cittadini indipendentemente da qualsiasi tendenza o inclinazione.»  

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Post originale: Petition: Yerima marriage to 13yr old child.
Ripreso da Black Looks: una decina di autori di vari Paesi africani affrontano temi di politica, cultura e attualità basata sulle realtà del Terzo Mondo.

da La Stampa.it - @ Voci Globali (link)




domenica 9 maggio 2010

L'importanza di una giornata che ricordi le vittime del terrorismo e delle stragi

 
La lunga scia di una tragedia

di Miguel Gotor

da Il Sole 24 ORE.com
08 MAGGIO 2010

Il 1980 fu un anno terribile per l'Italia perché il terrorismo raggiunse l'apice della sua spinta sovversiva. Ormai la memoria di quegli eventi si fa confusa o è del tutto assente: confusa per chi c'era e, davanti a una minestra fumante, guardava il telegiornale in silenzio, come se ascoltasse un quotidiano bollettino di una guerra incivile; assente per chi non c'era e non è stato educato a ricordare.
In quel tragico anno il terrorismo "rosso" (le Br, Prima linea, il pulviscolo di organizzazioni nate per imitare i fratelli maggiori) uccise 24 uomini; quello "nero" (con i Nar) ne assassinò 4, rendendo inoltre la sua manovalanza disponibile a perpetuare il più grave attentato della storia repubblicana, quello della stazione di Bologna, dove il 2 agosto 1980 morirono 85 persone. I due progetti eversivi sembrarono darsi la mano per stringere al collo il corpo della democrazia italiana: da una parte, con la pratica di una serie di omicidi selettivi che colpivano i riformisti di questo paese e quanti compivano con professionalità il proprio dovere con l'obiettivo di radicalizzare vieppiù il conflitto: giornalisti come Walter Tobagi, professori come Vittorio Bachelet, il generale Enrico Galvaligi, e soprattutto magistrati chiamati a pagare un tributo di sangue come categoria che sarebbe sconcio dimenticare in un tempo in cui si parla con troppa leggerezza da più parti di un fantomatico "partito dei giudici".
Solo nel 1980 i neofascisti uccisero Mario Amato e i terroristi rossi Guido Galli, Girolamo Minervini e Nicola Giacumbi. Dall'altra, con l'immonda pratica della strage indiscriminata contro cittadini inermi che seguiva le ondate della cosiddetta "strategia della tensione", iniziata con Piazza Fontana nel 1969 e finita nel 1984 con l'attentato del treno di Natale. Un'azione accompagnata da depistaggi di apparati dello stato che aveva la finalità, fino al 1974, di creare le condizioni per un golpe militare, e, successivamente, di stabilizzare il quadro politico.
 Oggi si celebra al Quirinale, davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la quarta edizione del "Giorno della memoria" delle vittime del terrorismo e delle stragi e il pensiero va anzitutto a quanti sono morti in difesa e per conto delle istituzioni repubblicane a causa di una efferata violenza politica e ideologica. Da più parti si chiede che tali celebrazioni non abbiano un tono retorico, ma sta soprattutto a noi evitare di renderle tali, nella misura in cui riusciamo a partecipare del loro significato civile, senza svuotarle di senso con la nostra indifferenza o, peggio ancora, malizia.
Anzitutto, ricordare le vittime del terrorismo è necessario come forma di risarcimento civile che la comunità deve ai loro famigliari, troppo a lungo dimenticati, quasi costretti a doversi vergognare del lutto spesso con un sentimento di frustrante umiliazione. Si è vissuta una lunga stagione in cui il cuore mediatico del discorso batteva al ritmo dei terroristi che raccontavano le proprie gesta o esponevano il loro pentimento.
In secondo luogo, serve come forma di mobilitazione civile. In effetti, negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative volte a ricordare le vittime di quegli anni da parte di associazioni, centri studi, scuole, fondazioni, circoli che hanno dato luogo a inedite manifestazioni di cittadinanza attiva e consapevole. Non solo libri come quello di Umberto Ambrosoli e Benedetta Tobagi, ma anche raccolte di testimonianze come il volume Sedie vuote, nato dall'impegno di un gruppo di ragazzi trentini; oppure la staffetta in bicicletta in onore di Marco Biagi, organizzata dall'ordine dei commercialisti di Bologna, o il cd rom Vittime curato dall'associazione Aiviter.
A questo proposito è decisivo il ruolo della ricerca storica, e non a caso nell'odierna Giornata della memoria sarà esposto il progetto della Rete degli archivi per non dimenticare, che ha censito a livello nazionale i documenti relativi al terrorismo, allo stragismo, alla violenza politica e alla criminalità organizzata individuando gli archivi pubblici e privati dove sono raccolti. Anche la buona informazione potrebbe fare molto, ad esempio ricordando che in questi mesi è in corso a Brescia il processo per la strage di Piazza della Loggia del 1974, ove, udienza dopo udienza, si confrontano i manichini ormai invecchiati imputati di quella tragedia e la carne viva di mogli, mariti, fratelli, figli che, a distanza di 36 anni, ancora aspettano giustizia.
Infine, la celebrazione di oggi è importante come forma di vigilanza civile: rimuovere è il modo migliore per favorire il ritorno dei fantasmi del passato e impedisce di creare una coscienza per distinguere e capire. Di recente è uscito un libro presso l'università di Macerata intitolato I dannati della rivoluzione. Violenza politica e storia d'Italia negli anni 60 e 70, a cura di Angelo Ventrone, in cui è presente un interessante saggio di Giovanni Moro. L'autore sottolinea come la memoria su quel periodo sia «difettosa o del tutto assente», ambiguamente sospesa tra tragedia e magia.
Parlare di quel passato è ancora difficile in quanto significa toccare «un nervo scoperto che suscita emozioni, polemiche, furori ideologici» che inducono a preferire la strada della dietrologia o del riduzionismo piuttosto che quella della responsabilità politica, civile e storica. Avviene perciò un curioso cortocircuito: «Il massimo di vicinanza del dibattito pubblico a quel periodo corrisponde a un massimo di amnesia su di esso», e da questa trappola deriva una dimenticanza ancora più grave. Gli anni 70 sono stati anche un'età preziosa, caratterizzata da un elevato livello di partecipazione, di riforme e di riconoscimento di nuovi diritti dell'individuo, della famiglia, del lavoro, ma un manipolo di uomini ha parlato il linguaggio delle armi riducendo al silenzio un'intera generazione che preferisce tacere oppure non riesce ad abbandonare i panni del reduce.
Per questo insieme di ragioni l'iniziativa di oggi è significativa: aiuta a tenere accesa la fiamma dell'ethos pubblico italiano in un momento difficile della coscienza nazionale del paese e invita a riflettere sulla qualità della nostra democrazia, quella di ieri, di oggi e di domani. A pensarci bene, non è poco.


NOTE:

- Quest'anno la cerimonia della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, nel corso della quale il Presidente della Repubblica incontra le vittime e i loro familiari è stata anticipata al giorno 8 maggio poiché il 9 cadeva di domenica.


- Intervento del Presidente Napolitano alla celebrazione del "Giorno della memoria" dedicato alle vittime del terrorismo
- Palazzo del Quirinale, 08/05/2010 (link)


9 maggio, «Giorno della memoria», per ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice.



TRA IL 1969 E IL 1988 degli "anni di piombo":

Vittime individuali del terrorismo: 197
Vittime di stragi terroristiche: 135
Vittime di attentati di terrorismo internazionale: 58
Vittime di violenza politica: 38 (69 secondo altre fonti che conteggiano fatti qui inclusi in quelli di terrorismo individuali)

TOTALE: 428 MORTI ai quali vanno aggiunti CIRCA 2000 FERITI, DI CUI UNA PARTE CON DANNI PERMANENTI nei 14615 attentati compiuti.

(Fonte: Sergio Zavoli, "La notte della Repubblica", Mondadori, 2009)

A decenni dai fatti non si ha ancora - da fonti ufficiali - un quadro preciso e attendibile delle vittime.

E' per tutte queste vittime e per i loro familiari che nel 2007 è stata promulgata la legge che stabilisce l'istituzione del «Giorno della memoria» dedicato a ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice.
Si è scelta la data del 9 maggio perché in essa ricorre l'anniversario dell'assasinio di Aldo Moro.

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9 MAGGIO 2007: GIORNO DELLA MEMORIA
Lettera del Presidente delle Repubblica

Ai famigliari delle vittime del terrorismo
Ho seguito e incoraggiato, negli ultimi mesi, il percorso delle  proposte di legge volte a istituire un Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice. La legge è stata da pochi giorni approvata definitivamente dal Parlamento (prima al Senato e poi alla Camera),con larghissimo consenso,e quindi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. È stata prescelta per quella ricorrenza la data del 9 maggio,cioè il giorno del barbaro assassinio dell'onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. La legge prevede un complesso di iniziative,la cui preparazione culminerà in una prima celebrazione il 9 maggio 2008. Sede della celebrazione sarà - in quella occasione - anche il Palazzo del Quirinale. Nel darvene annuncio,desidero sottolineare il significato e l'importanza che attribuisco alla decisione del Parlamento: essa colma un vuoto di memoria storica e di attenzione umana e civile, che molti di voi avevano dolorosamente avvertito. Con profondi sentimenti di vicinanza e solidarietà.

Giorgio Napolitano
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LEGGE 4 maggio 2007 , n. 56

Istituzione  del  «Giorno  della  memoria»  dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice.

    La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della Repubblica hanno
approvato;
                   IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
                              Promulga
    la seguente legge:
                               Art. 1.
    1.   La   Repubblica   riconosce   il   9   maggio,  anniversario
dell'uccisione di Aldo Moro, quale «Giorno della memoria», al fine di
ricordare  tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale,
e delle stragi di tale matrice.
    2.  In  occasione  del  «Giorno della memoria» di cui al comma 1,
possono  essere  organizzate,  senza  nuovi o maggiori oneri a carico
della   finanza   pubblica,   manifestazioni   pubbliche,  cerimonie,
incontri, momenti comuni di ricordo dei fatti e di riflessione, anche
nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di conservare, rinnovare
e costruire una memoria storica condivisa in difesa delle istituzioni
democratiche.

                               Art. 2.
    1.  La  presente  legge  entra  in  vigore il giorno successivo a
quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
    La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita
nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica
italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla
osservare come legge Stato.
      Data a Roma, addi' 4 maggio 2007
                             NAPOLITANO
                              Prodi,  Presidente  del  Consiglio  dei
                              Ministri

Visto, il Guardiasigilli: Mastella


         

Peppino Impastato, il web non dimentica

Peppino Impastato,
il web non dimentica

da Tg 24 - sky.it
08 maggio, 2010

A 32 anni dalla morte del militante di Democrazia proletaria, ucciso dalla mafia, saranno donate all'associazione che porta il suo nome le chiavi dell'appartamento del boss Badalamenti. Su Internet iniziative e messaggi di chi non vuole arrendersi

Ci sono voluti 32 anni per compiere i “cento passi”. In occasione dell’anniversario della morte di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio 1978, saranno consegnate all’associazione che porta il suo nome le chiavi dell’appartamento del boss Tano Badalamenti, poco distante dalla casa in cui abitava il giovane militante di democrazia proletaria. Era stato proprio Badalamenti a ordinare la sua esecuzione: non sopportava le denunce di Impastato, il coraggio con cui si ostinava a lottare contro la mafia, la voce con cui smascherava i “giochi” dei boss tramite le frequenze di Radio Aut, l’emittente da lui fondata nel 1977. Sembra di sentirla ancora, la sua voce. Lo scorso 5 gennaio, nel giorno in cui Impastato avrebbe compiuto 62 anni, è nata Radio Cento Passi, una web radio che continua a fare informazione libera e a diffondere la cultura della legalità.
Il web, insieme alla piazza e all’associazione Peppino Impastato, è il luogo dove si trovano coloro che non vogliono dimenticare la sua storia. Coloro che non vogliono arrendersi alla mafia. Scrive Gian Luca su Facebook: “Ogni volta che qualcuno dice, '...e ma purtroppo funziona tutto cosi, è il sistema', e non fa niente per cambiarlo, è in quel momento che uccide veramente Peppino e tutti quelli che come lui hanno dato la propria vita”. Il gruppo “Il 9 maggio io ricordo Peppino Impastato” annovera più di 10 mila fan. Ma non è l’unico.
Ci sono gruppi ispirati a "radio Aut", gruppi dedicati al film di Marco Tullio Giordana “I cento passi” (il più grande con oltre 20 mila supporter). Quello di Radio Cento Passi arriva a più di 40 mila fan. “Peppino, le tue idee camminano sulle nostre gambe!! Grazie x tutto quello che mi hai insegnato... non c'è nessuna distanza, sono con te e ci sarò sempre!!”, dice Laura.
“Un giorno significativo non solo per ricordare la morte di un giovane uomo che sin da piccolo ha lottato contro le ingiustizie, ma anche per sottolineare tutte le problematiche presenti sia in questo paese, sia nel mondo”, aggiunge Marzia. E le fa eco subito un’altra voce: “La Mafia è un problema, un cancro che riguarda tutta l'Italia – scrive Patrizia - E' infiltrata nelle Istituzioni, nella politica, nell'economia. Se non comprendiamo questo non ce ne libereremo mai”.
Con la consegna della casa di Badalamenti all'associazione "Peppino Impastato" si realizza però un gesto significativo. Il progetto prevede di trasformare l'immobile in centro culturale anche attraverso la realizzazione di una biblioteca pubblica con i circa duecento volumi di proprietà di Impastato e gli oltre mille libri acquisiti con diverse donazioni. “E’ una grande vittoria – ha commentato Giovanni Impastato, fratello di Peppino - Si è avverato quello che voleva mia madre. Mi diceva sempre, fino al giorno prima di morire, che sarebbe stata una grande vittoria riuscire ad aprire quella casa del boss. E ci siamo riusciti".

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/05/08/anniversario_morte_peppino_impastato.html

 

I cento passi - discorso radio conclusivo [video]






NOTE tratte da “REALTA’ E FICTION NE “I CENTO PASSI””


su http://www.peppinoimpastato.com/i_cento_passi.htm

21)Voglio abbandonare la politica e la vita” è una frase di una lettera ben più lunga nella quale Peppino esprime la sua distanza con “i personalisti” e con “i ricreativi che non creano un cazzo”, insieme allo sconforto per il venir meno dell’impegno politico di alcuni compagni nella lotta contro la mafia;

27) Il discorso di Salvo alla radio, dopo la morte di Peppino, fu pronunciato in altra occasione, per la semplice ragione che , misteriosamente, quella mattina, a Radio Aut, si trovò guasto il lineare del trasmettitore;

Pubblicato su "Antimafia 2000", numero di febbraio 2002, pag. 43

 

9 maggio 1978 - 9 maggio 2010 Trentadue anni dall'assassinio di Peppino Impastato



Sono passati trentadue anni dall'assassinio di Peppino Impastato che wikipedia nelle informazioni in sintesi definisce:
"politico, attivista e conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia".
Non conosco a sufficienza la sua figura per poter scrivere qualcosa di mio pugno in merito, ma posso suggerirvi ,il mio percorso informativo anche perché potrei non essere la sola a ignorare certi particolari.
Se è stato fatto un film su Giuseppe Impastato detto Peppino, se di lui parlano canzoni e libri, se quest'anno il 5 gennaio anniversario della sua nascita è nata una web radio chiamata "radio 100 passi", se a quella stessa web radio si sono presi la briga di rubare i primi di marzo alla vigilia della messa in onda del palinsesto completo tutta l'attrezzatura della regia (qui), allora se queste sono le premesse dobbiamo anche noi percorrere quei cento passi metaforici, passi che a Cinisi paese di Peppino portavano da casa sua a quella del boss mandante del suo omicidio Gaetano Badalamenti detto Tano, condannato nel 2002 all'ergastolo, ma che in senso lato ci fanno capire come la mafia non sia lontana, ma bensì sia "in casa" di tutti, ovvero che determinati gesti e comportamenti diventino talmente familiari, che prima o poi, si finisce con l'imitarli e ritenerli normali.



"Riteniamo che l’uso democratico di una radio si articoli per livelli differenziati e dialetticamente collegati. Un primo livello è quello dell’informazione e CONTROINFORMAZIONE che si presenta immediatamente come momento di rifiuto e di ridimensionamento dell’informazione di regime e del monopolio dell’industria del consenso (Rai TV, stampa e mass media in genere). La notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta, in maniera amplificata, al sociale stesso senza filtri o interventi manipolatori: nel caso di accesso a fonti differenziate (agenzie, notiziari ecc.) si pone un problema di rielaborazione e di verifica nel sociale."
 

(IL DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI RADIO AUT da Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" http://www.centroimpastato.it/)


Per questo anniversario sono state organizzate attività, incontri, lezioni, concerti e forum in tutta Italia per ricordare questa data, ho preferito piuttosto che condividere un link su Fb lasciarvi nel mio piccolo tre chiavi d'accesso:

- una sua poesia,
- la sua "storia",
- il link al suo sito, che è forse il miglior "luogo" per iniziare a conoscere lui e il movimento culturale che ha animato.

Lucia C.


--------------



E venne da noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
nè fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.


Giuseppe Impastato




--------------

BIOGRAFIA DI GIUSEPPE IMPASTATO

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:

"Arrivai alla politica nel lontano novembre del '65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E' riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d'opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d'autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del "Che". Il '68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l'adesione, ancora na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E' stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell'anno l'adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD'I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d'opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all'altro, da una settimana all'altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un. altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un pò di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai.

Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all'alcool, sino alla primavera del '72 ( assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l'entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del "Manifesto": sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno '72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo.Mi avvicino a "Lotta Continua" e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del "Manifesto" Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a "Lotta Continua" nell'estate del '73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell'organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l'iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L'inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione"

Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All'interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare" Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un'emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull'ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante".
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.


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