giovedì 6 maggio 2010

Le bambine d’oro - Le storie e le testimonianze delle schiave vendute dai trafficanti di Madre de Dios


Le bambine d’oro

Le storie e le testimonianze delle schiave vendute dai trafficanti di Madre de Dios

di Lorenzo Arena (Demopazzia)
da Giornalettismo.com
6 maggio 2010 alle 10:30

Le miniere illegali nella regione amazzonica di Madre de Dios sono il paradiso dei trafficanti di schiave. Più di 30.000 minatori con un grammo d’oro in tasca garantiscono un mercato più succulento di quello dell’estrazione e la vendita stessa del prezioso metallo, che si illumina per poco nelle contaminate e miserabili miniere. Huepetuhe, Laberinto o Delta 1 sono solo alcune delle decine di miniere illegali che si trovano nella zona e che si possono raggiungere in barca o attraverso sentieri nella giungla. Tutte i campi minerari hanno in comune le costruzioni di legno e plastica, le strade fangose e le decine di bordelli. Solo nel Delta 1 ci sono 100 prostitute, registrare della Asociación Huarayo, una organizzazione che si occupa di salvare le ragazze vittime della tratta. Delle ragazze sfruttate sessualmente nei campi, 3 su 5 sono minorenni. Le prostitute vengono classificate in due categorie a seconda dell’etnia. Chi vuol risparmiare si orienta sulle adolescenti provenienti dalle zone alto andine chiamate anche “ojotitas” con riferimento al nome dei sandali da contadino o ciabatte usate nelle Ande. I minatori con più soldi possono andare nei bar di “cocoteras” o “chicas”, dove possono trovare giovani indigene o provenienti dalla costa. Nelle operazioni contro la tratta delle donne che sono state fatte nei campi minerari negli ultimi due anni, 62 bambine sono state salvate e ospitate nel rifugio per adolescenti vittime di sfruttamento sessuale che Huarayo possiede nella zona di Mazuko, all’ingresso della zona delle miniere d’oro. Ognuna delle vittime ha la sua storia, ma tutte hanno in comune l’inganno, il rapimento, il debito e le minacce, l’abuso fisico nei campi, la gravidanza e le malattie sessualmente trasmissibili. Grazie all’organizzazione  Huarayo, ELMUNDO.es ha avuto accesso ai testimoni che hanno permesso di scrivere questa relazione.

ALICIA ALL’INFERNO - Alicia ha 13 anni e fu liberata in una operazione di polizia nel Delta 1. Faceva la quarta elementare nella città andina di Cusco quando fu catturata dai trafficanti grazie ad un annuncio di lavoro su un giornale. Fu presa in una via del centro. “E’ per un ristorante mi disse la signora”, racconta Alicia. “Ti pagherò bene ma devi venire oggi”. La donna, in realtà proprietaria di un bordello, offrì ad Alicia 400 soles (circa 100 euro), molto più dei 60 soles al mese che Alicia guadagnava come domestica. “Devo dirlo prima a mia madre però” – “A Puerto Maldonado ( la capitale di Madre de Dios) ci sono radio e telefono. Puoi farlo da qui”. “Poi la signora mi diede 50 soles e mi disse di comprarmi ciò che volevo. Io non sapevo cosa fare e la donna chiamò un signore che mi ha spaventò”, continua Alicia. “Verrà a lavorare con noi, accompagnala a prendere le sue cose. Non ti preoccupare con le altre ragazze ti abituerai subito”. Quella sera stessa Alicia usci per Madre de Dios con le altre ragazze. “Se ti chiedono dove stai andando, dì che vai a trovare tuo padre. Dì che hai 18 anni e se ti chiedono i documenti dì che li hai persi”. “La mattina dopo, come in un sogno, ero già in montagna”. Non arrivò mai a Puerto Maldonado. La sua destinazione fu un bordello di una miniera d’oro in mezzo alla giungla a 180 km dalla città più vicina.

SCHIAVE DEL DEBITO - La maggior parte delle ragazze raccontano di essere state portate a Madre de Dios nascoste su camion che passavano senza problemi i posti di blocco della polizia. “Sulle strade ci sono controlli per prevenire il contrabbando, ma nessuno chiede i documenti di viaggio ad un adolescente, anche se la normativa è molto chiara al riguardo”, denuncia Oscar Guadalupe, direttore di Huarayo. “Siamo preoccupati per l’inefficacia delle autorità e l’indifferenza della popolazione”. Una volta nei campi, le ragazze che si rifiutano sono costrette a prostituirsi per pagare le spese di viaggio, abbigliamento e alloggio, diventando schiave del debito. Se vogliono mangiare, devono accettare “el pase”, cioè la vendita della loro verginità. Altre vengono ingannate da persone attorno a loro o sono minacciate. O accettano o la loro famiglia ne pagherà le conseguenze. Salvarle dalle miniere d’oro è una missione difficile. Molte delle operazioni di polizia eseguite contro la tratta di esseri umani non riescono perché i criminali ricevono le soffiate e fuggono con i bambini nella giungla prima dell’arrivo della polizia. Le ragazze che sono state salvate ricevono un sostegno giuridico e psicologico nell’ostello del Huarayo nel villaggio di Mazuko, dove rimangono fino a quando riescono a contattare i loro parenti e possono ritornare ai loro luoghi di origine. Molte  non torneranno mai perché conoscono  il loro destino dopo che sono state respinte dalle loro famiglie. Altre non hanno nemmeno un posto dove tornare.

I CASI DI TRATTA NON RAGGIUNGONO I TRIBUNALI - Le organizzazioni che lottano contro la tratta delle donne chiedono che venga installato un ufficio e un distaccamento speciale di polizia a Mazuko perché la maggior parte dei casi di tratta nel Madre de Dios non sono denunciati e sono ancora meno quelli che vengono sanzionati. Dal 2005 esiste un registro nazionale dei casi di traffico di esseri umani sulla base delle informazioni della polizia peruviana. Da allora fino al 2009 sono state registrate solo 264 denunce, secondo la ONG Capital Umano y Social (CHS). La maggior parte delle denunce presentate alla polizia proviene dalla regione comprendente Cusco e Madre de Dios. “Queste cifre sono minime perché la maggior parte dei casi si perdono per strada”, dice Ricardo Valdes ex vice-ministro degli interni e vice direttore di CHS. “La polizia non riesce a gestire il problema e molti casi sono perseguiti solo come sfruttamento della prostituzione perché non vengono presi in considerazione i concetti di rapimento, trasferimento e sfruttamento delle persone”.

mercoledì 5 maggio 2010

La nuova legge contro l'immigrazione irregolare: un esempio di razzismo Made in Usa


Arizona, Stato di polizia
da PeaceReporter
29/04/2010

La nuova legge contro l'immigrazione irregolare: un esempio di razzismo Made in Usa
Sfidando la netta contrarieta' di Barack Obama la governatrice dell'Arizona, Jan Brewer, ha firmato la settimana scorsa il Senate Bill 1070, controversa legge anti-immigrati, la piu' severa di tutti gli Stati Uniti, che autorizza la polizia a chiedere i documenti di identita' ai cittadini sospettati di essere immigrati illegali.

Ragionevole sospetto. Il provvedimento, che entrera' in vigore entro due mesi dalla firma, trasforma tutti i residenti immigrati, regolari e non, in potenziali criminali, istituendo un vero e proprio Stato di polizia. Il 'ragionevole sospetto' che la persona presa di mira dagli zelanti agenti di polizia dell'Arizona possa essere un clandestino costituisce motivo sufficiente per fermare chiunque giri per le strade dello Stato. Chiunque assomigli a un immigrato. Considerato che i Latinos sono il 30 percento della popolazione dell'Arizona, la legge offre alle Law Enforcement Agencies un bersaglio abbastanza ampio sul quale esercitarsi.

Eppure, il 70 per cento degli abitanti dell'Arizona è favorevole a impiegare le forze di polizia per dare la caccia ai clandestini, a disciplinare con rigore il fenomeno del lavoro temporaneo - molto diffuso fra le piccole e medie aziende -, e a consentire allo Stato di adire alle vie legali contro le Law Enforcement Agencies che non applicano con decisione le norme vigenti contro i clandestini.

Sotto il fuoco incrociato di senatori democratici e repubblicani, la governatrice repubblicana dell'Arizona si e' difesa ricorrendo a Facebook: "Non tornerò sui miei passi finché i confini dello Stato non saranno sicuri", ha scritto. Da oltre un anno il presidente Barack Obama ha promesso una riforma del sistema immigratorio, ma prima la riforma sanitaria e ora quelle finanziaria e dell'energia rischiano di ritardare ancora una volta ogni decisione in merito.

Anche la polizia contro la legge. Oltre al suo carattere palesemente razzista, la legge avra' conseguenze pesanti anche in altri ambiti. Poiche' autorizza i cittadini a denunciare la polizia che non la applica (con multe fino a 5 mila dollari al giorno per il poliziotto inadempiente), la priorita' delle stesse forze di polizia diverra' il contrasto all'immigrazione clandestina, e gli agenti verranno distolti da altri impieghi. A causa di questo, come delle pericolose conseguenze sociali che avra' alienarsi le simpatie delle comunita' immigrate, anche la Association of Chiefs of Police si e' fermamente opposta al Bill 1070.

Omar Jadwat, responsabile della piu' grande organizzazione statunitense per la tutela dei diritti civili, l'Aclu (American Civil Liberties Union), conferma le preoccupazioni riguardo all'adozione del provvedimento liberticida in Arizona.

"Il provvedimento peggiorera' sicuramente le relazioni tra gli immigrati e la polizia - ha spiegato Jadwat a PeaceReporter -  ma l'aspetto piu' grave e' che chiunque sia percepibile alla vista come straniero e' soggetto a interrogatorio da parte degli agenti. Questo avra' effetti devastanti nel tessuto sociale e nel modo in cui larghe fette di societa' considerano le forze dell'ordine, il cui motto, ricordiamolo e' 'proteggere e servire'. Per questo motivo molti poliziotti in Arizona si sono opposti".

Perche' c'e' una larga maggioranza di persone in Arizona a favore del provvedimento? Ha forse giocato a favore dell'approvazione il ritardo di Obama nell'elaborare la tanto attesa riforma? 

Molte persone non sanno nemmeno di che cosa trattera' il provvedimento. Gli e' stato detto che sara' una legge che fara' qualcosa di buono per l'immigrazione, che cambiera' le cose, e la gente ci ha creduto, in modo aprioristico. Non credo tuttavia che ci sia per nulla consenso popolare. Non c'e' stato nessun dibattito. Lasciando da parte l'intera questione della necessita' di una riforma a livello federale, ci sono passi concreti da parte dell'amministrazione Obama per poter fermare questa legge.

Per esempio dichiararla incostituzionale?
Certo, il governo puo' portarla davanti alla Corte Suprema, ma anche prima di arrivare a questo, ci sono molti passi a livello amministrativo per fermarla.

Secondo lei e' un provvedimento razzista?
E' senz'altro una legge che incoraggia un'atteggiamento razzista. Anche il senatore John McCain si e' opposto, cosi' come molti repubblicani. E questa e' la spia del fatto che si tratta di una legge completamente sbagliata.
Luca Galassi


http://it.peacereporter.net/articolo/21654/Arizona,+Stato+di+polizia

Lettera del presidente di Emergency Cecilia Strada


Grazie
Cari amici, 
vorrei ringraziarvi dello straordinario sostegno che avete dato a Emergency in questa difficile situazione.

Insieme a voi abbiamo vissuto un periodo di grande preoccupazione per i nostri operatori umanitari e per l'ospedale di Lashkar-gah, l’unica struttura nella regione in grado di offrire cure chirurgiche gratuite e di qualità alle tante vittime di guerra.
Come sapete, i nostri tre colleghi italiani sono stati rilasciati con tante scuse. Un rilascio, come hanno detto gli stessi servizi di sicurezza afgani, frutto non di pressioni di sorta ma dovuto a una semplice, banale verità: sono innocenti. L’avevamo detto fin dal primo, durissimo giorno, e voi con noi. Dei sei collaboratori afgani che erano stati prelevati insieme agli italiani, cinque sono stati rilasciati il 28 aprile; sul sesto stanno proseguendo le indagini. I nostri avvocati e il nostro personale a Kabul continuano naturalmente a monitorare la situazione.

Stiamo già lavorando per la riapertura dell’ospedale di Lashkar-gah: continuare ad assicurare assistenza alle vittime di guerra – per il 40 percento bambini – è la nostra priorità, come lo è stata per i quindici anni della nostra storia.

Siamo riusciti ad affrontare a testa alta questi giorni durissimi grazie a due fattori. Il primo, naturalmente, era la consapevolezza che i nostri fossero innocenti. Ma l’altro ingrediente fondamentale siete stati voi: il vostro sostegno, le mail e le telefonate, la presenza a piazza San Giovanni (con il corpo o con lo spirito), le quattrocentomila firme in quattro giorni. Di tutto questo, non sappiamo  come ringraziarvi. Anzi, lo sappiamo: continuando a fare sempre di più e sempre meglio il nostro lavoro, curando chiunque ne abbia bisogno.  E siamo sicuri che voi non ci farete mancare il vostro sostegno in futuro, anche con un gesto che a voi non costa nulla, come la devoluzione del 5 per mille per gli ospedali di Emergency. 

Ancora una volta, grazie di cuore. A presto,


Cecilia Strada
Presidente di Emergency

Centinaia di italiani che vivono all'estero e che tornano per un giorno, nella speranza di "svegliare" il loro paese d'origine dal grande torpore

Tornano i Mille

da L'espresso
di Mauro Munafò


Questa volta sbarcheranno a Genova, provenienti da Barcellona: sono centinaia di italiani che vivono all'estero e che tornano per un giorno, nella speranza di "svegliare" il loro paese d'origine dal grande torpore del berlusconismo

Vogliono liberare l'Italia e risvegliarla dal torpore e dalla crisi umana, relazionale e culturale in cui sembra essere sprofondata. A centocinquanta anni dalle imprese garibaldine, stanno preparando un nuovo sbarco: i Mille però, questa volta, partono dalla Spagna e sono diretti a Genova. Un'invasione civile e non militare a bordo della "nave dei diritti".
L'iniziativa de "Lo sbarco" nasce da un gruppo di italiani che vivono a Barcellona, città catalana che può vantare una nutrita comunità di nostri connazionali, impiegati in buona parte nel settore dell'istruzione.

L'idea è nata circa un anno fa, ma solo negli ultimi mesi si è trasformata in un progetto più strutturato. "All'inizio l'idea era quasi uno scherzo", spiega Franco Brega, uno degli organizzatori, "poi ci siamo resi conto che poteva funzionare". L'intera iniziativa verte intorno a un manifesto (consultabile sul sito
www.losbarco.org) che invita a reagire contro l'imbarbarimento della società e a riscoprire i valori fondanti del paese, dalla Costituzione all'uguaglianza, dalla cultura al bene pubblico: "Il razzismo cresce, così come l'arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario", scrivono i promotori. "I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi. Dall'estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un'informazione (??) volgare e martellante, da logiche di comunicazione davvero malsane. E allora: che fare? Prima di tutto capire meglio, confrontarci, quindi provare a reagire. Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute".

Poco dopo il gruppo originale di Barcellona, si è unita all'iniziativa anche una rappresentanza di italiani di Bruxelles e una di italiani a Parigi. "L'età media del primo gruppetto era piuttosto elevata", continua Brega, "e si aggirava tra i 40 e i 50 anni. I gruppi che si sono uniti dopo hanno ringiovanito l'iniziativa". Lo sbarco ha convinto subito numerose personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile e della politica, che hanno fatto da volano alle successive adesioni. Tra i partecipanti all'iniziativa ci sono il nobel Dario Fo, Moni Ovadia, Franco Battiato, Don Gallo, Beppe Grillo, Luigi De Magistris, Erri De Luca, Gianni Barbacetto e molti altri ancora, oltre a diverse associazioni attive nel sociale.

Il programma. La partenza da Barcellona è prevista alle 23 e 30 del 25 giugno. Il viaggio in nave dura circa diciotto ore, quindi il vero e proprio "sbarco" avverrà alle 18 del 26 giugno al porto di Genova. Nella capitale ligure gli emuli delle camicie rosse verranno ricevuti dal comitato d'accoglienza. "Inutile avere mille persone nella nave", spiega Brega "se poi a Genova non c'è nessuno che li aspetta". Chi vuole aderire al manifesto può firmare sul sito o unirsi al gruppo su Facebook), mentre il viaggio vero e proprio ha un costo tra i 45 e 60 euro a persona. Durante la traversata si terranno discussioni e spettacoli sui temi più sensibili per la società civile (si sta tenendo una consultazione pubblica sul sito www.losbarco.org per deciderli nel dettaglio). Una volta arrivati nella capitale ligure ci sarà un concerto il 26 giugno, mentre il 27 i dibattiti pubblici continueranno in cinque piazze.

martedì 4 maggio 2010

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano...





«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali».

Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani, Ottobre 1919



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Un grazie ad Anto per aver pubblicato questo estratto e avermi quindi permesso di conoscerlo. 

Lucia

  

Da Marco Garatti...


Comunicati da Emergency

EMERGENCY



Da Marco Garatti...
Oggi alle 12.00
Me lo aveva detto l'Ambasciatore Jannucci quando ci siamo incontrati, il giorno del mio compleanno, nelle prigioni di Kabul. Anzi, quella era stata l'unica frase che ci siamo scambiati in italiano: "I suoi stanno facendo un casino......!!!!"
I "suoi" eravate voi.
E io lo sapevo anche in quei giorni nei quali ero cieco e sordo a quanto stava succedendo fuori, che voi non ve ne stavate zitti.
Sapevo che non potevate tollerare le accuse infamanti che ci erano rivolte e che erano rivolte a tutta l'organizzazione. Sapevo che non potevate trovare credibili le accuse di portare morte quando da sempre abbiamo cercato di sconfiggerla nei nostri ospedali e di denunciare chiunque fosse responsabile di questi crimini orribili contro la vita.
Lo sapevo ma mai mi sarei immaginato quanto è stato fatto, l'intensità delle vostre iniziative, la fiducia che mai è venuta meno in noi e la passione con la quale ci avete sostenuto.
Per tutto questo e per il fatto di credere nella possibilità di un mondo meno meschino, vi ringrazio. Vorrei farlo di persona e vorrei abbracciarvi uno ad uno: ci sarà tempo di farlo nel futuro perché le cose da fare insieme sono ancora tante e 9 giorni di galera non ci fermano di certo.


Un abbraccio 

Marco


Che cosa sono i diritti umani? [video]

 



Che cosa sono i diritti umani?

Ecco la risposta. Questo nuovo e breve filmato avvincente definisce, in modo semplice e conscio, uno dei soggetti più mal compresi del mondo: I Diritti Umani.

Sei sei un essere umano, questo filmato tratta di te.

http://www.youthforhumanrights.org

http://www.dirittiumanietolleranza.org

http://www.macrolibrarsi.it/video/__l...



Ieri è stata la "Giornata Mondiale della Libertà di Stampa", anche se non se n'è parlato


Giornata Mondiale della Libertà di Stampa: REPORTERS SANS FRONTIERES SU TUTTI I FRONTI


Pubblicato il 3 maggio 2010 da Pasquale

Il 3 maggio 2010, giornata internazionale della libertà di stampa, è l’occasione per Reporters sans frontiéres  di riaffermare i valori che difende. Il diritto di informare e il diritto di accesso all’informazione, senza i quali non esisterebbe la democrazia. Questa data è anche un occasione per l’organizzazione di ricordare il proprio appoggio a tutti coloro che operano per una stampa libera, giornalisti professionisti e persone che svolgono un compito civico di informazione e di verità. Dopo l’inizio dell’anno, nove giornalisti hanno pagato con la loro vita la loro libertà di espressione. Circa  300 professionisti della stampa e netizen sono attualmente in prigione.

Questa data è il punto di culminante di azioni su vari fronti che porta avanti l’organizzazione in favore della libertà di stampa: la lista dei “Predatori della Stampa” viene reso pubblico oggi 3 maggio, unitamente ad  una campagna concepita insieme all’agenzia Saatchi&Saatchi e realizzata dagli artisti Stephen J Shanabrook e Veronica Georgieva. 40 sono i nomi che compaiono su questa lista: 40 uomini politici, funzionari di stato, capi religiosi, milizie e organizzazioni criminali, che attaccano direttamente i giornalisti, che fanno della stampa il loro nemico numero uno, la loro bestia nera. Potenti, pericolosi, violenti, si muovono al di fuori della legge.

Reporters sans frontiéres  lancia oggi una nuova rubrica con l’INA (Istituto Nazionale per gli Audiovisivi) che ogni mese farà il punto in immagini della situazione della libertà di stampa per paese o per argomento.

Disponibile da giovedì 29 aprile e frutto della collaborazione tra l’organizzazione e l’agenzia Magnum, il nuovo album per la libertà di stampa propone 101 fotografie che hanno segnato l’attualità internazionale dal 1936.

Venerdì 30 aprile, il giorno dopo la sua scarcerazione, il giornalista tunisino Taoufik Ben Brik ha tenuto una conferenza stampa insieme a Reporters sans frontiéres  all’aeroporto di Roissy Charles De Grulle.

Inoltre da poco più di una settimana, in occasione dell’esposizione universale di Shanghai, nuovo sfoggio di potenza della Cina dopo i giochi olimpici del 2008, Reporters sans frontiéres  invita gli internauti sul proprio sito sulle libertà ridicolizzate, chiamate ironicamente “Giardino delle libertà”, http://en.rsf.org/shanghai_en.html.

Nel corso delle prossime settimane, Reporters sans frontiéres  propone tre incontri: la pubblicazione del suo rapporto con l’ambiente e il giornalismo, un altro sul pericolo del lavoro di informazione nelle regioni controllate dal crimine organizzato e una guida pratica del giornalismo per seguire le elezioni in associazione con l’Organizzazione internazionale della francofonia.

Reporters sans frontiéres, che festeggia quest’anno i suoi 25 anni, continua il proprio lavoro di vigilanza, di analisi e di denuncia delle violenze e delle ingiustizie. La censura e la repressione prevalgono in Cina, in Sri Lanka e in Vietnam – per citare solo alcuni paesi asiatici. In altri, come l’Honduras e il Messico, il lavoro di informazione è divenuto estremamente pericoloso o addirittura impossibile. In Europa dell’Est, la difficile emancipazione dal passato sovietico pone dei problemi evidenti alla libertà di stampa. In Europa dell’Ovest ci sono leggi, di per sé lodevoli, sulla protezione dei diritti d’autore, contro il terrorismo o contro la pedopornografia possono avere degli effetti negativi per la libertà di informare. Certi paesi sono poi minacciati da conflitti di interesse, in primo luogo l’Italia. Il controllo di Stato sui media, la censura e la presenza in rete di una gioventù in subbuglio sono i tratti salienti della situazione in Medio Oriente. Le schede per i singoli paesi sono consultabili su www.rsf.org e danno un’idea delle diverse realtà.

Infine Reporters sans frontiéres  continua a sostenere i giornalisti di France 3 Hervé Ghesquière e Stéphane Taponier e i loro accompagnatori afgani, raoiti in Afghanistan il 30 dicembre nella provincia di Kapisa.

Tutti gli attentati al diritto di informare e ad essere informati meritano la nostra attenzione.

http://rsfitalia.org/2010/05/03/giornata-mondiale-della-liberta-di-stampa-reporters-sans-frontieres-su-tutti-i-fronti/

 

ITALIA: La scheda riassuntiva di Reporters sans frontières


ITALIA: La scheda riassuntiva di Reporters sans frontières

Pubblicato il 3 maggio 2010 da Pasquale 


Superficie: 301.340 km quadrati
Popolazione: 59.500.000
Lingua: italiano
Capo dello Stato: Giorgio Napoletano
Capo del Governo: Silvio Berlusconi
I giornalisti in Italia affrontano quotidianamente la peggiore condizione lavorativa di tutta l’Unione Europea. Le principali difficoltà che un reporter deve affrontare in Italia nello svolgimento del suo lavoro si possono divedere in due macro gruppi: il primo di carattere giuridico/legale e il secondo che riguarda la sicurezza personale.
Aspetti legati alle leggi o istituzionali
E’ l’unico paese al mondo nel quale il presidente del Consiglio controlla direttamente la quasi totalità delle reti televisive nazionali: da una parte i tre canali della tv di Stato Rai in quanto primo ministro e dall’altra il più grande gruppo radiotelevsivo privato (tre canali nazionali, oltre a diversi giornali e a un network radiofonico).
La politica continua ad avere, per legge, una forte ingerenza nelle nomine delle tv e delle radio di Stato e, in generale, ha sempre più influenza anche sui media che non sono di proprietà statali.
La tv, in generale, rimane la principale fonte di informazione per oltre l’80% della popolazione e, in molti casi, è addirittura l’unica fonte. In questo scenario la tv attira altissime percentuali delle risorse pubblicitarie, cosa permessa da una legge che porta il nome del ministro Gasparri (che ha fatto parte del governo Berlusconi) che ha di fatto annullato qualsiasi limite di antitrust rispetto alle quote di raccolta.
L’istituto privato Nielsen, inoltre, ha certificato come nei primi mesi del 2009, quando si è riflettuta la crisi anche sul mondo dei media, sia aumentato l’esodo di inserzionisti pubblicitari verso i canali tv nazionali, soprattutto verso quelli di proprietà della famiglia Berlusconi. Tutto questo limita le risorse per la maggior parte dei giornali e delle radio italiane, indebolendone l’autonomia e impoverendone la qualità.
Per i giornalisti, inoltre, è molto difficile investigare sul mondo della politica e dell’economia. Molto spesso le istituzioni o i principali gruppi economici del paese si rifiutano di fornire informazioni ai giornalisti, facendosi scudo del diritto di privacy sancito dalla legge italiana, in realtà abusandone e non rispettandone le norme.
Rimane, poi, anche il problema dell’accesso alla professione giornalistica, possibile solo attraverso un esame di stato e con l’obbligo di iscrizione a un ordine professionale, e la presenza nel corpo delle leggi dello Stato italiano di misure molto pesati per i giornalisti in caso di diffamazione, come il carcere e forti multe.
Il problema della nuova legge sulla pubblicazione degli atti giudiziari
Al parlamento, inoltre, è in discussione una legge (il cui iter legislativo è quasi concluso) che prevede la non pubblicazione di molti atti giudiziari, in particolare delle intercettazioni disposte dalla magistratura (sulle quali il governo ha comunque intenzione di porre un limite).
Oggi la legge italiana prevede che tutti gli atti d’indagine, compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, siano coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.
Il nuovo disegno di legge, invece, vieta di pubblicare qualsiasi atto (comprese e intercettazioni), anche per riassunto (oggi invece è consentito), fino alla chiusura indagini. Il divieto di pubblicazione è esteso a tutta la attività degli inquirenti, quindi anche ad arresti, sequestri o perquisizioni, dei quali non si potrà più dare notizia. E’ vietata sempre, invece, la pubblicazione di atti o di conversazioni o flussi di comunicazioni di cui sia stata ordinata la distruzione.
Se questa legge passasse i giornalisti, di fatto, non potrebbero più scrivere nulla circa i reati e le indagini della magistratura fino a chiusura delle indagini (da sei mesi a oltre un anno).
Chi viola il segreto rischia il carcere fino a sei mesi, oltre a pesanti sanzioni. Come pena accessoria c’è anche la possibile sospensione dall’attività giornalistica per tre mesi. Pesanti multe sono previste anche per gli editori.
La sicurezza personale
I giornalisti che indagano sulla criminalità organizzata, soprattutto al Sud (mafia, ‘ndrangheta e camorra), lo fanno a loro rischio e pericolo. Molti di loro, infatti, vengono minacciati. Sono ormai famosi i casi di Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosanna Capacchione che vivono costantemente sotto scorta per essere stati ripetutamente minacciati di morte. Altre decine, però, subiscono minacce e attacchi quotidiani (come l’auto o la porta di casa date alle fiamme). A Ravenna e Ivrea due giornalisti sono stati aggrediti fisicamente dai protagonisti dei loro articoli (il primo dall’imputato di un processo e il secondo per aver criticato alcuni lavori pubblici nel centro storico di un paese).
Un nuovo fenomeno, infine, è quello delle minacce a giornalisti che si occupano di calcio da parte di gruppi ultra di alcune tifoserie, il più delle volte espresse con cori o con striscioni.

lunedì 3 maggio 2010

Il muro di Berlino della questione climatica


Il muro di Berlino della questione climatica

3 maggio 2010

di Federica Sgorbissa


Pessimismo e ottimismo. Lester Brown quando parla ha la capacità di spaventare, mettendo sul piatto con durezza i rischi che la nostra civiltà sta correndo nello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali. Ma è capace anche di lenire le ferite, guardando con speranza verso i semi di un cambiamento che secondo lui avrà luogo, in un futuro si spera non troppo remoto.
Definito dal Washington Post uno dei più importanti “pensatori” al mondo, Brown è da decenni impegnato nella causa ambientalista. È anche a lui che dobbiamo il concetto di sviluppo sostenibile, coniato già negli anni ’70, quando ha anche fondato l’istituto Worldwatch.
Brown il 13 maggio sarà a Trento (al Museo tridentino di scienze naturali) in occasione del Bioweek, la settimana di eventi tutti dedicati alla biodiversità, dove presenterà l’edizione italiana del suo ultimo libro “Piano B 4.0. Mobilitarsi per salvare la civiltà”(Edizione Ambiente).
OggiScienza lo ha raggiunto telefonicamente per parlare dei suoi “piani B”.

OS: Lester Brown, il suo ultimo libro parla di un “piano B 4.0” per salvare la nostra civiltà. Qual è allora il “piano A” e chi ne è responsabile?

 
LB: Bè, il piano B è ovviamente l’alternativa al piano A che è il “business as usual”. È difficile biasimare un qualche gruppo o nazione in particolare, ma da quando la nostra economia moderna si è evoluta, dall’inizio della rivoluzione industriale, abbiamo creato un sistema che sta lentamente distruggendo le sue risorse, dal cambiamento climatico all’impoverimento delle falde acquifere, la distruzione delle foreste, la pesca insostenibile, l’erosione del suolo… è una lista lunghissima di esempi di come stiamo distruggendo il sistema naturale che sostiene l’economia. Sappiamo dallo studio delle civiltà antiche, quella sumera per esempio, che viveva nell’attuale Iraq, o quella maya nel Centro-america, che come risultato della deforestazione o dell’erosione del suolo o, nel caso dei sumeri, dell’aumento della percentuale di sale nel terreno che ha distrutto la produttività agricola, le civiltà in questione sono collassate. Tutte le civiltà antiche che hanno distrutto i propri sistemi di supporto sono finite per collassare e lo stesso accadrà a noi. Non c’è modo in cui l’economia globale possa sopravvivere alla distruzione dei suoi sistemi di supporto naturali. Questa è la sfida e questo è quello a cui il piano B fa riferimento.

OS: Per decenni gli uomini hanno creduto che il progresso avrebbe reso disponibili cibo ed energia a un sempre maggior numero di individui. Leggendo il suo libro però l’impressione è che sia proprio il progresso oggi il motivo per cui energia e cibo rischiano di diventare sempre più costosi e inaccessibili. Che cosa è andato storto?

LB: Probabilmente la spiegazione principale è che abbiamo un mercato che non ci dice la verità “ecologica”. Per esempio quando bruciamo della benzina, paghiamo i costi per l’estrazione del greggio, per la raffinazione, e la distribuzione, ma non paghiamo il prezzo del cambiamento climatico che consegue al suo utilizzo. Lo stesso succede col carbone: paghiamo il prezzo per estrarlo e per portarlo alle centrali termoelettriche ma non paghiamo quello relativo al cambio climatico associato al suo consumo. La sfida che stiamo affrontando in quest’area specifica, l’area climatico-energetica, è quella di accelerare il passaggio dai combustibili fossili alle fonti di energia rinnovabile – che includono il vento, l’energia geotermica e quella solare – . Il fatto eccitante è che abbiamo un’abbondanza di energia eolica, solare e geotermica, per cui la questione è solo quella di creare un ambiente economico in cui paghiamo il costo pieno dei combustibili fossili. Possiamo farlo con una “carbon tax” per un esempio, in alcuni casi con la “cap and trade”, ma una volta che verrà messo al carbone un prezzo che tiene conto del costo totale, a quel punto la transizione verso le energie rinnovabili andrà molto veloce.

OS: Lo ha già accennato, ma può spiegare in breve qual è l’alternativa che propone nei suoi libri, il suo “Piano B”?

LB: Il piano B ha quattro componenti principali. La prima è quella di tagliare le emissioni di gas serra all’80 percento di quelle attuali non entro il 2050, che è la meta stabilita dai politici, ma entro il 2020. Pensiamo che se vogliamo avere una possibilità di salvare, per esempio, il ghiaccio della Groenlandia, allora dobbiamo tagliare le emissioni di CO2 molto velocemente. Se aspettiamo fino al 2050 non sarà possibile salvare il ghiaccio della Groenlandia dallo scioglimento. Questa è una sorta di metafora: se non salveremo quello non salveremo neanche quello artico e i ghiacciai in tutto il mondo, in particolare quelli himalayani, che sostengono i fiumi indiani e cinesi. La seconda e la terza cosa che dobbiamo fare, le metto insieme, è eradicare la povertà e stabilizzare la popolazione mondiale. Questi due punti stanno insieme perché più progressi facciamo verso l’eliminazione della povertà più veloce è il passaggio verso famiglie più piccole; allo stesso tempo più velocemente riusciamo a rallentare la crescita della popolazione mondiale, più è facile eradicare la povertà. Il quarto punto prevede la ricostruzione dei sistemi naturali di supporto all’economia, foreste, terreno, faglie acquifere, stato di salute del mare ecc. Sappiamo come farlo, abbiamo esempi positivi in molti luoghi al mondo ma ora dobbiamo farlo a un livello globale.

OS: Solo tre anni fa, nel 2007, L’Intergovermental Panel on Climate Change (IPCC) e Al Gore hanno ricevuto il premio Nobel per la pace, e molti, me compresa, hanno pensato “adesso cambierà davvero qualcosa”. Solo tre anni dopo, oggi l’IPCC è continuamente sotto attacco e ci sono molte critiche alla teoria antropica sul riscaldamento globale. Pensa che siamo sull’orlo di un “era negazionista” sul clima?

Quello che percepisco io è che siamo molto vicini a un picco nella questione climatico-energetica. Per esempio negli Stati Uniti negli ultimi tre anni abbiamo visto la nascita e crescita di un grosso movimento dal basso per bandire l’energia prodotta dalle centrali a carbone. Oggi negli Stati Uniti è quasi impossibile ottenere una licenza per costruire un nuovo impianto a carbone. Ora che è stato raggiunto questo obiettivo, il prossimo passo del movimento è quello di ottenere la chiusura degli impianti già esistenti. Ce ne sono più di 600, di cui 30 o più stanno per chiudere o essere convertiti a gas naturale, biomassa o altre fonti energetiche, una delle più importanti quella eolica. Fra il 2007 e il 2009 negli Stati Uniti l’uso del carbone è diminuito dell’11%. Parte di questo effetto è legato alla recessione, ma un’altra parte è legata allo spostamento verso altre risorse. Nello stesso periodo sempre in Usa sono state messe in attività 191 nuove centrali eoliche in grado di produrre 17.000 megawatt di energia (pari all’energia prodotta da circa 17 grandi centrali a carbone). La “transizione energetica” si sta verificando negli Stati Uniti, in una maniera molto più veloce che la maggior parte delle persone pensa.

OS: Quindi lei è ottimista rispetto alla possibilità di un reale passaggio verso fonti energetiche alternative nel futuro prossimo?


LB: Sì, penso che ci stiamo muovendo verso un “picco”. Questi picchi non sono facili da predire. Per esempio quando il muro di Berlino è stato abbattuto nel 1989 è stato l’inizio di una rivoluzione politica che alla fine ha portato al cambiamento nelle forme di governo in tutta l’area dell’Europa dell’est. La cosa più interessante e che nessuno si è accorto che tutto ciò stava per accadere. É semplicemente accaduto: improvvisamente, eccolo lì! Io credo che stia per succedere una cosa simile sulla questione climatico-energetica. Non è ancora chiaro e non è ancora possibile dire se accadrà il prossimo mese o l’anno prossimo, ma ci stiamo avvicinando. Ho parlato del carbone ma potrei parlare anche delle automobili per esempio. Negli Stati Uniti il mercato delle auto è crollato di quasi 4 milioni di mezzi l’anno scorso, il che significa circa il 2%  e ci aspettiamo che si riduca ancora.

OS: Lei fa riferimento al nostro mondo occidentale, gli Stati Uniti e probabilmente l’Europa. Ma succederà lo stesso anche in paesi industrialmente emergenti come Cina e India?

LB: La Cina intende diventare il paese leader nella costruzione della nuova economia energetica. Si stanno impegnando molto. Hanno iniziato un programma di sfruttamento dell’energia eolica. Un’agenzia governativa sta coordinando la costruzione di sette megacomplessi eolici. Il più piccolo dovrebbe produrre 10.000 megawatt, il più grande addirittura 30.000. Tutti insieme arriveranno a produrre circa 135.000 megawatt di energia, che corrispondono alla produzione di 135 centrali a carbone. Il mondo non ha mai visto una simile pianificazione energetica. I cinesi hanno, nel complesso del loro territorio, molto vento da sfruttare, una risorsa enorme, più di quanta ne potranno mai usare. Le cose in Cina stanno cambiando. Stavo leggendo un articolo questa mattina: stanno chiudendo le centrali a carbone nei pressi di Pechino, parzialmente a causa dell’inquinamento dell’aria, e in parte perché ormai le considerano obsolete e si stanno muovendo verso altre forme energetiche, il sole, il vento (e stanno anche iniziando con quella geotermica).

http://oggiscienza.wordpress.com/2010/05/03/il-muro-di-berlino-della-questione-climatica/

 

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