domenica 23 gennaio 2011

L'eco del silenzio su Radio Libriamoci Web: storie dal mondo


L'eco del silenzio 

su Radio Libriamoci Web


trasmissione del 10 gennaio 2011

da www.amnesty.it (qui)
23 dicembre 2010


Per la terza volta, le Nazioni Unite
per la fine delle esecuzioni



All'indomani del voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha approvato per la terza volta dal 2007 una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni capitali, Amnesty International ha sollecitato tutti gli Stati che ancora mantengono la pena di morte a proclamare immediatamente una moratoria, come primo passo verso la sua abolizione.

La risoluzione è stata adottata con 109 voti a favore, 41 contrari e 35 astensioni. Rispetto all'ultima votazione del 2008, il numero dei voti favorevoli è aumentato, mentre quello dei contrari è significativamente diminuito, a dimostrazione della costante tendenza globale verso la fine dell'uso della pena di morte.

"Il voto del 21 dicembre invia ancora una volta un messaggio chiaro: l'omicidio premeditato di stato deve finire. La minoranza dei paesi che ancora continua a usare la pena di morte deve proclamare immediatamente una moratoria sulle esecuzioni, come primo passo verso l'abolizione di questa estrema negazione dei diritti umani" - ha dichiarato José Luis Diaz, rappresentante di Amnesty International presso le Nazioni Unite a New York.

Nel 1945, quando le Nazioni Unite vennero fondate, solo otto stati avevano abolito la pena di morte per tutti i reati. Oggi, 136 dei 192 stati membri dell'Onu l'hanno abolita per legge o nella prassi. 

Bhutan, Kiribati, Maldive, Mongolia e Togo hanno cambiato opinione dal 2008 e ora sostengono la moratoria. Come ulteriore progresso, le isole Comore, Nigeria, le isole Salomone e Thailandia, da contrari, sono diventati astenuti.

"Questi cambiamenti positivi costituiscono un incoraggiante passo avanti verso l'abolizione della pena di morte nel mondo. Ora ci aspettiamo che, nelle leggi nazionali, vengano introdotte norme abolizioniste al più presto" - ha proseguito Díaz.

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite discuterà ancora sul tema alla fine del 2012.



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da http://www.deltanews.net (qui)

Di anoressia si continua a morire

Pubblicato il 02 gennaio 2011 da Redazione Delt@


(Roma) Ha destato tristezza in questi giorni di festa e profonda commozione la morte  di Isabelle Caro, la modella francese anoressica, divenuta famosa anche in Italia per la  discussa campagna contro la malattia fatta da Oliviero Toscani nel 2007,  criticata per la crudezza delle foto al punto che il giurì ne aveva vietato la diffusione.

Isabelle si è spenta a soli 28 anni il 17 novembre scorso a Tokyo, ma la notizia della sua morte è stata diffusa il 29 dicembre scorso. Una vita d’inferno la sua,  e più volte era sfuggita  alla morte, come nel 2005 quando era arrivata a pesare 25 chili. Da allora aveva fatto dell’anoressia la sua battaglia personale affermando che bisognava “smetterla di sacralizzare la magrezza”. “Le foto delle modelle – ripeteva Isabelle – sono ritoccate quindi si tratta di una menzogna che entra dentro la testa delle donne”.
Fabiola De Clercq, ex ragazza anoressica e oggi presidente e fondatrice dell’Aba, Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia (www.bulimianoressia.it), la bulimia, l’obesita’ e i disordini alimentari, che aveva conosciuto la modella, la ricorda come una persona con profondo disagio, che “aveva cercato nell’anoressia una sorta di ‘cura’, una forma di controllo su una vita che non controllava affatto. Mi aveva raccontato che in Francia non aveva più trovato psichiatri disposti ad averla in cura, ma non mi pareva che lei avesse interesse nel farsi curare, non le interessava molto vivere”. “La sua anoressia – prosegue De Clercq – è l’incarnazione di un disagio familiare che aveva radici profonde. In occasione di quell’incontro – ricorda ancora la presidente dell’Aba – aveva raccontato che sua madre non voleva le crescessero i piedi, e da bambina la obbligava a indossare scarpe ormai strette, rifiutandosi di vederla crescere”. De Clercq si dice “non sorpresa” dalla notizia della morte di Caro, “perché già all’epoca della campagna di Toscani – afferma – aveva bisogno di essere ricoverata in un reparto di terapia intensiva per le sue condizioni fisiche. Eppure il suo corpo veniva esibito e sfruttato, e lo è stato fino all’ultimo dagli agenti che le ronzavano attorno. La sua morte “potrebbe essere un appiglio per chi oggi fa i conti con l’anoressia, ma per esserlo dovrebbe esserci una struttura di base più solida, priva di psicosi. Per una ragazza anoressica – continua la presidente dell’Aba – è difficilissimo uscire dal tunnel, e anche una notizia drammatica come questa è destinata in molti casi a finire nel dimenticatoio. In tante penseranno ‘a me tanto non accadrà’ e continueranno imperterrite nel loro digiuno. Ma di anoressia si muore – conclude De Clercq – questa è solo una triste prova destinata a fare almeno un po’ di rumore”.
“L’anoressia resta la malattia psichiatrica a più alta mortalità e non va affrontata con superficialità” commenta Stefano Vicari, responsabile della Neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù’ e coordinatore scientifico del progetto contro i disturbi del comportamento alimentare sostenuto dal ministero della Gioventù. “I dati in nostro possesso rivelano che si abbassa sempre di più l’età’ di esordio dell’anoressia – spiega Vicari – Oggi vediamo bambine anoressiche anche sotto i dieci anni. E sono sempre più numerosi i maschi che sviluppano il rifiuto verso il cibo alla ricerca di un corpo sempre più sottile”. E’ necessario mettere in atto strategie per prevenire o fronteggiare tempestivamente queste situazioni che, se non affrontate con la dovuta attenzione, possono portare a danni permanenti per la salute o, come nel caso di Isabelle Caro, alla morte. Le malattie psichiatriche hanno una base biologica, ma il contesto ambientale o gli stimoli emotivi possono, infatti, contribuire al loro manifestarsi. “Le azioni messe in campo dalle istituzioni – prosegue Vicari – si stanno rivelando efficaci, soprattutto per quanto riguarda la percezione dei canoni di normalità del corpo da parte delle giovani generazioni. Le iniziative di prevenzione, in rete come nella scuola ma anche nei concorsi di bellezza, sono tese a stimolare il rifiuto di modelli estetici imposti da mode che con il benessere della persona non hanno alcun punto in comune. Il nostro sforzo quotidiano, anche con strumenti come www.tupuoi.org, è di diffondere la cultura del benessere in opposizione ai messaggi negativi e dannosi che trovano tra i ragazzi e le ragazze tanto riscontro e seguito, soprattutto sul web”.

(Delt@ Anno Anno IX, n. 1 del 3 gennaio 2011)

LINK UTILI:


www.bulimianoressia.it

www.briciolledipane.it


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da PeaceReporter (qui)
5 gennaio 2011


Messico, i numeri della tragedia


di Alessandro Grandi

Inarrestabile la violenza in Messico. I killer dei narcos non si fermano. Uccisi due clown di strada accusati di essere spie

I numeri della guerra intrapresa dai narcos in Messico devono far riflettere. Più di 12.650 persone sono state uccise dal "crimine organizzato" nel 2010 appena trascorso. Una cifra esorbitante. Il 52 percento in più rispetto all'anno precedente. Un omicidio ogni 40 minuti. Trentamila negli ultimi quattro anni. Dati impressionanti che evidenziano come la situazione ormai sia sfuggita di mano allo Stato centrale.
Una furia cieca quella dei gruppi criminali messicani. Una furia che non risparmia né donne né giovani. Una violenza che purtroppo è riuscita a mettere paura allo Stato messicano, incapace di contenerla.

Ultimo in ordine di tempo l'omicidio di due uomini, probabilmente uccisi dai sicari dei cartelli della droga, avvenuto in una zona particolare, nel sud est del Paese e non a nord, dove le cosche hanno maggior potenza e influenza. I due uomini erano clown di strada. Un lavoro che non sempre consentiva un lauto guadagno, secondo quanto raccontato dai familiari. Ma per i killer i due pagliacci erano solo spie dell'esercito. E per questo andavano puniti. Una punizione esemplare, considerando che accanto ai due cadaveri è stato fatto ritrovare un biglietto con la spiegazione dell'omicidio. "Questo mi è capitato perchè facevo la spia e pensavo che il ministero della Difesa mi avrebbe protetto", si legge nel cartello firmato Fez (probabilmente la Forza Speciale de Los Zetas) posto sopra uno dei cadaveri. Non sapremo mai se i due uomini erano davvero spie oppure avevano fatto qualche sgarbo che doveva essere punito. Di fatto sono state colpite due figure che rappresentano l'allegria e la felicità e che si associano alla spensieratezza dei bambini. Forse un modo per precludere anche il loro futuro?

Il dato numerico in merito alle morti nel Paese non è da sottovalutare. Secondo gli investigatori della polizia messicana, infatti, i cartelli avrebbero cellule semi-dormienti in molti stati del Paese a partire da Perù ed Ecuador, capaci di organizzare produzione e trasporto di sostanze stupefacenti verso il nord del continente. E capaci anche di organizzare omicidi, sequestri, spedizioni punitive. Tutto per un miglior controllo del territorio. Tutto come se fossero i padroni della regione. Lo stato più colpito dall'ondata di omicidi è lo stato di Chihuahua. Da dicembre 2006 almeno 10.587 persone sono state assassinate dai killer dei cartelli. Il 57 percento delle vittime è stata registrata a Ciudad Juarez, una delle città più pericolose del pianeta.
La triste classifica degli stati più colpiti dalla violenza criminale dei narcos è lo Stato di Sinaloa dove nel solo 2010 ci sono stati più di 1.700 omicidi. E le forze di sicurezza? Certo è che a pagare sono state anche loro. Secondo un recente conteggio, infatti, sembra che la lotta al traffico di droga abbia causato almeno 755 vittime fra le forze di polizia e dell'esercito. Tutte o quasi sono avvenute in scontri a fuoco con le bande criminali.
In questo insieme tragico di dati uno colpisce particolarmente: quello che riguarda i minori vittime dei cartelli. Sarebbero 183 nel 2010 e oltre mille negli ultimi tre anni. Un dato che lascia senza parole.


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da PeaceReporter (qui)
5 gennaio 2011

Sudan, conto alla rovescia

di Alberto Tundo

A un passo dal referendum che sancirà l'indipendenza del Sud. Questione di religione, identità ma anche di forti interessi

Mancano poche ore ormai al referendum con cui la parte meridionale del Sudan, cristiana animista in prevalenza, deciderà la secessione da un Paese dalla forte identità araba e islamica. L'incognita non è il risultato ma come reagirà Khartoum, se la separazione sarà gestita dalle diplomazie o decisa dagli eserciti.

L'attesa è scandita da parole distensive e manovre che preludono ad un esito cruento. L'ultimo gesto lascia ben sperare ed è firmato dal presidente sudanese Omar al-Bashir, che martedì si è recato nella capitale del quasi-stato, Juba, portando un messaggio di pace e speranza: "La nostra scelta è per l'unità ma rispetteremo la decisione dei cittadini del Sud". E a proposito dei confini tra i due stati, ancora da tracciare in modo definitivo, ribadiva l'impegno delle parti a raggiungere un accordo entro il 9 luglio, precisando però che "il confine non sarà un muro e il movimento di persone da una parte all'altra sarà sempre possibile". Tutto bene, quindi, eppure Uganda e Kenya hanno sigillato i confini con il Sud Sudan e le Nazioni Unite hanno rafforzato il contingente schierato sulla frontiera. Al di là delle iniziative pubblicizzate da divi dello show business d'impronta umanitaria come George Clooney, la tensione comunque resta alta e non hanno giovato alla serenità i cablogrammi della diplomazia Usa rivelati da Wikileaks, che davano conto di un carico di armi dirette al Kenya a bordo di una nave ucraina, sequestrata dai pirati. La partita era destinata all'esercito di Juba, che negli ultimi due anni ha varato un programma di riarmo pesante. Khartoum ovviamente non è rimasta a guardare e ha fatto altrettanto, difendendo la sua superiorità militare. Né ha risparmiato avvertimenti; a metà novembre, aerei sudanesi hanno sganciato bombe nel territorio del Sud Sudan, spiegando poi che si trattava di una missione all'interno di una operazione di caccia ai ribelli del Darfur. In pochi ci hanno creduto. Nessuno invece ha avuto dubbi sulle bombe sganciate su Timsaha, nel distretto di Bahr al-Ghazar Ovest, che hanno ferito due soldati sud sudanesi e due civili.
D'altronde la posta in gioco è alta e non ha molto a che fare con l'affermazione di identità etniche o religiose. Come sempre, in palio c'è il controllo delle risorse. Due sono quelle più importanti: l'oro blu e l'oro nero. Una eventuale secessione del Sud indebolirebbe l'asse Egitto-Sudan, le potenze regionali che sono anche le principali beneficiarie dell'immensa portata d'acqua del Nilo, in una regione alle prese con frequenti carestie: grazie ai due trattati siglati nel 1929 (Egitto-Gran Bretagna) e nel 1959 (Egitto-Sudan), i due Paesi si spartiscono il 90 per cento della ricchezza idrica. Uno status-quo di assoluto privilegio che gli altri stati del bacino del Nilo stanno ridiscutendo. E poi c'è il petrolio, di cui il Sudan è uno dei principali produttori africani, che però viene estratto quasi prevalentemente nella parte meridionale del Paese. Dalle rendite petrolifere dipende il 45 per cento del budget nazionale. Dal petrolio arrivano i due miliardi di dollari l'anno che tengono in piedi la corrottissima burocrazia politica e militare del Sud Sudan. Il Sud ha il petrolio, il nord però controlla le pipelines che lo pompano verso Port Sudan e le raffinerie nonché la gestione dei proventi, una delle ragioni chiave dietro l'indipendentismo del sud del Paese.

Ed è il petrolio l'elemento cruciale dietro un'altra questione insoluta, oltre al Nilo, ai confini e alla divisione degli asset nazionali: Abiyei. Si tratta di una piccola regione a cavallo tra nord e sud, di importanza capitale proprio per quanto riguarda l'accesso alle risorse petrolifere. Rilevamenti del 2004, attribuivano ai tre pozzi dell'area, Heglig, Bamboo e Diffra, una produzione giornaliera di 76 mila barili di petrolio, vale a dire il 25 per cento di quella nazionale. Ora, è vero che la quantità di petrolio estratta nel 2009 si era ridotta a 28 mila barili, com'è vero che la Corte arbitrale permanente su Abiyei aveva stabilito che i pozzi di Heglig e Bamboo non fossero da considerarsi parte dell'area, ma pure con questa tara, la regione ha un valore strategico molto alto, in un Paese che ha nel petrolio il principale motore economico. In base al Comprehensive Political Agreement tra nord e sud del 2005, l'accordo che spianò la strada al referendum per la secessione, ad Abiyei si sarebbe dovuto votare anche per decidere se essere parte della metà settentrionale del Paese o di quella meridionale. Il 9 gennaio, invece, non si voterà. Troppo alta la tensione, troppo forte il rischio che in questa regione si riaccendesse il conflitto. Il referendum è rimandato a data da destinarsi, anche perché manca l'accordo anche su chi dovrà avere il diritto di voto e su chi siano i residenti: solo le popolazioni sedentarie (Ngok-Dinka), che voteranno per l'indipendenza o anche i Messereya, tribù araba di pastori che voterà contro la secessione. Un'autorevole fonte governativa sudanese aveva detto a Peacereporter, alcuni mesi fa, che Abiyei avrebbe deciso tutto. Ora che si è scelto di non decidere, la questione resta sospesa come una spada di Damocle, accanto ad altre incognite che gravano su un referendum sul cui esito nessuno ha dubbi.



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